Anestetizzati al dolore
di Camilla Novelli
I social media, in questi ultimi anni, hanno sicuramente reso più facile l'accesso alle informazioni. Qualsiasi scenario di guerra attuale ha un suo hashtag sulle principali piattaforme, dove chiunque può caricare contenuti in tempi rapidissimi. Eppure, oggi assistiamo all'effetto opposto: vediamo talmente tanti immagini, sentiamo talmente tante urla, conosciamo così tanti teatri di bombardamenti che ne siamo… anestetizzati.
Niente più ci tocca, perché è diventata la normalità. Pensate a come abbiamo vissuto le prime settimane dell'invasione russa in Ucraina nel febbraio 2022: le strade di Kyiv svuotate in poche ore, le colonne di profughi alle frontiere polacche, i video girati nei bunker della metropolitana. Il mondo era sgomento. Poi, mese dopo mese, quelle stesse immagini hanno smesso di sconcertarci. Oggi un missile su Kharkiv finisce nel feed tra un meme e una pubblicità, e si scorre oltre.
La stessa cosa è successa con Gaza. Le prime immagini dell'ottobre 2023 hanno scosso milioni di persone. Ma dopo settimane di contenuti ininterrotti - macerie, ospedali, bambini - qualcosa si è spento. Non perché la gente sia diventata cattiva, ma perché il cervello umano non è costruito per elaborare una tragedia infinita e sempre uguale a se stessa. Si difende, e si anestetizza.
E poi ci sono le guerre che nemmeno raggiungiamo più: il Sudan, dove dal 2023 si combatte una guerra civile che ha già causato migliaia di morti e milioni di sfollati, ma che fatica ad arrivare al grande pubblico perché non produce abbastanza contenuti virali. O il Myanmar, dove il colpo di stato militare del 2021 ha aperto una crisi umanitaria silenziosa, quasi invisibile agli occhi del mondo.
I conflitti in Medio Oriente, quello in Ucraina, in Sudan, in Myanmar, sono diventati guerre di tutti i giorni, che come tali vengono semplicemente accettate nella quotidianità. La vita umana non può essere svilita in questo modo.
Non possiamo lasciare che la guerra diventi un semplice contenuto da "scrollare" tra un video divertente ed un'inserzione. Non possiamo accettare che la tragedia si trasformi in rumore di fondo, un elemento inevitabile del nostro panorama digitale. La guerra non è normale e non deve diventarlo, né in Ucraina, né in Medio Oriente, né in Sudan, in Myanmar o in qualsiasi altra parte del mondo.
La nostra generazione, cresciuta con l'informazione globale a portata di mano, deve dimostrare che dietro quegli schermi esiste ancora una coscienza critica capace di indignarsi e di rifiutare l'abitudine all'orrore. Nel momento in cui smettiamo di provare dolore per una vita che si spegne, abbiamo già rinunciato ad una parte fondamentale della nostra umanità.



