C’è chi si sente Don Abbondio e chi mente

17.09.2021

di Giammarco Rossi

Codardo, eccentrico, egoista, buffo, talvolta odioso... eppure è impossibile non amarlo. Don Abbondio è l'antieroe per eccellenza, è il simbolo del disfattismo della psiche umana che si rifugia in ipotetiche alternative che possano tenerlo sempre lontano dai guai, eppure, nella tortuosa avventura de I promessi sposi, subisce ogni tipo di ritorsione e tutti gli avvenimenti che piovono dal cielo disgraziato sembrano fatti ad hoc per importunarlo.

Scappa sempre un sorriso quando ci si imbatte nelle sue disgrazie, così come si avverte sempre una sensazione di fastidio quando si scopre il modo in cui risolve determinate situazioni o le evita. Perché Don Abbondio si ama e si odia allo stesso tempo? Perché questo rocambolesco personaggio non è altro che la nostra immagine riflessa letteraria: è ciò che siamo ma che ignoriamo volontariamente. Manzoni crea una maschera, il lettore ride di quella maschera senza la consapevolezza che in realtà ride di sé stesso. Tutti i vizi e le caricature sono presenti in questo personaggio e poi si sa, è più facile ridere del prossimo che della propria persona, per questo la figura del disgraziato di turno viene assegnata ad un protagonista indiretto dell'opera.

Va sottolineato anche che Don Abbondio è un personaggio cattivo e pericoloso, non ha scrupoli e non teme mai le conseguenze delle sue azioni, purché ricadano su altri individui. Se a questo punto della lettura, guardassimo per un attimo nello specchio del nostro animo con una minuziosa attenzione noteremo che, almeno una volta nella vita tutti siamo stati Don Abbondio e chi dice il contrario mente.

Forse non intenzionalmente, non per cattiveria ma invidiare qualcuno, desiderare qualcosa, voler distruggere i sogni altrui, guadagnare in maniera sfrenata e compiere la scalata sociale a tempi record sono azioni utili soltanto al proprio tornaconto.

Non c'è nulla di male naturalmente, ognuno sceglie di vivere la propria esistenza come meglio crede, tuttavia il donabbondismo si avverte oggi più che mai. La società dinamica in cui viviamo programma la nostra esistenza fin dalla nascita, una volta giunti nelle scuole si è irrimediabilmente contaminati: impegnarsi sempre a fondo, perché c'è sempre qualcuno pronto a superarti, non ti curar della massa, raggiugi i tuoi obiettivi etc. etc. Frasi del genere oggi suonano addirittura motivazionali, al contrario sono solo pericolose e dannose. Ai giovanissimi individui viene imposto uno stile di vita in cui bisogna studiare, poi trovare un buon lavoro, poi sposarsi, fare figli e ripetere il ciclo all'infinito; chi non vive in questo circolo vizioso è sbagliato dal momento che nel neoliberismo capitalista non esiste maggioranza alternativa alla classe dirigente.

L'arrivismo è all'ordine del giorno, l'indifferenza generale regna sovrana al punto da scongiurare che una peste-scopa possa spazzare via tutto, perché in fondo un po' di pulizia fa sempre bene (Don Abbondio docet).

Basterebbe invece, in quell'Odissea moderna scritta da Manzoni prendere come esempio il Renzo picaro o il buon fra Cristoforo, per gli amanti del rischio anche l'innominato. Personaggi che conoscono e scoprono la pietas, basano (chi prima, chi dopo) la loro esistenza sulla fratellanza, sul concetto degli uomini al servizio di altri uomini. È questa la chiave di volta dell'esistenza: quando la vita ci riserverà (ammesso che lo faccia) l'opportunità di avere rivincite personali, bisognerebbe pensare al povero don Rodrigo nel lazzaretto, appestato, impoverito e moribondo, solo un lontano ricordo il signorotto spregevole, eppure...grazie all'intervento di fra Cristoforo, Renzo trova la forza di perdonare e di non portare rancore, nonostante i molti torti subiti. Perché in fondo, come cantava anche Fabrizio De André, se non sono gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo.

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