Caivano, il Parco Verde e il “modello” dello Stato

di Paolo Scarabeo
Il Centro Sportivo "Pino Daniele" di Caivano doveva essere il fiore all'occhiello della rinascita del Parco Verde. Un'operazione simbolica, politica, mediatica: lo Stato che torna, la legalità che rinasce, lo sport come argine alla criminalità. Ma dietro le foto, le conferenze stampa e le dichiarazioni trionfanti, la realtà è molto meno luminosa: per molti ragazzi del quartiere, quel centro è semplicemente inaccessibile.
I soldi pubblici investiti sono stati ingenti, oltre nove milioni di euro. Una cifra che avrebbe dovuto tradursi in tariffe popolari e accesso garantito ai giovani più fragili. Invece le famiglie si ritrovano davanti un listino da centro fitness privato: 55 euro al mese per il nuoto, 65 in alcuni casi, abbonamenti che sfiorano i 390 euro annui. Una barriera economica insormontabile in un quartiere dove il reddito medio spesso non supera i 10.000 euro l'anno. Così, l'impianto pensato per "salvare" i giovani dal degrado finisce per escluderli.
Alcuni, nel quartiere, raccontano di promesse precise: ai ragazzi del Parco Verde sarebbe stato garantito un accesso prioritario, quasi naturale. Anche don Maurizio Patriciello, che da anni vive in mezzo a quelle strade difficili, ha ripetuto più volte di aver ricevuto rassicurazioni. Ma forse ha creduto troppo in quelle promesse. Perché oggi i giovani del Parco Verde, - come è emerso dall'inchiesta di Report - accesso prioritario o meno, nel centro ci entrano poco o niente. Restano fuori, osservano da lontano quella struttura tirata a lucido che avrebbe dovuto essere la loro palestra sociale e che invece appare sempre più come un luogo per altri.
Il nodo non è solo il costo. È anche chi gestisce il centro. Le associazioni sportive locali, quelle che da anni fanno sport tra mille difficoltà e che conoscono per nome i ragazzi più a rischio, denunciano di essere state tagliate fuori. L'impianto è stato affidato con affidamento diretto, senza bandi aperti, senza un reale coinvolgimento del territorio. Un affidamento diretto che pesa come un macigno nelle percezioni del quartiere: lo Stato entra, ma attraverso strutture sue, non attraverso la comunità. E questo significa che la partecipazione promessa è rimasta sulla carta.
I voucher regionali da 400 euro, presentati come soluzione, coprono solo pochi mesi di attività. Finito il contributo, resta la tariffa piena. E la tariffa piena, per molte famiglie, è un muro invalicabile. La conseguenza è semplice: chi ha i soldi entra, chi non li ha rimane escluso. Una dinamica che stride violentemente con la retorica della rinascita sociale e della lotta alla camorra.
La distanza tra promessa e realtà è ormai la cifra di questa vicenda. Il centro sportivo doveva essere il manifesto del "modello anti-camorra", la prova concreta della presenza dello Stato. Ma se i ragazzi del Parco Verde restano fuori dal cancello, quel modello perde senso. Diventa un'operazione di immagine, un palcoscenico perfetto per le inaugurazioni, ma poco utile a chi dovrebbe davvero trarne beneficio.
Gli abitanti non chiedono miracoli né celebrazioni. Chiedono una cosa elementare: che ciò che è stato costruito per loro sia davvero alla loro portata. Altrimenti, tutto si riduce a una narrazione vuota, a un simbolo che non cambia la vita di nessuno. La lotta alla camorra non si combatte con le parole in conferenza stampa, ma con opportunità concrete. E oggi, a Caivano, quelle opportunità restano chiuse dietro una porta che parla più di esclusività che di rinascita.



