Castrataro resiste in tenda e i vertici fanno "orecchie da mercanti"

03.01.2026

di Paolo Scarabeo

Da una settimana il sindaco di Isernia, Piero Castrataro, vive davanti all'ospedale "Veneziale". Era lì la sera del 31 dicembre. Era lì a Capodanno. È ancora lì oggi. In tenda, al freddo, non per scelta ma per necessità. Perché quando le istituzioni smettono di ascoltare, restare diventa l'unico modo per farsi vedere.

Dai vertici della Regione Molise e dell'AsRem, nel frattempo, nessuna risposta degna di questo nome. Nessun confronto reale. Nessuna assunzione di responsabilità. Solo silenzi, comunicati difensivi e il solito rimpallo di competenze. Orecchie da mercante, mentre un ospedale provinciale viene progressivamente svuotato e un territorio intero viene lasciato senza certezze.

Il problema non nasce oggi. E non nasce a Isernia.

In Molise, da trent'anni, al comando ci sono sempre gli stessi nomi. Politici che passano da destra a sinistra con la facilità con cui ci si cambia una camicia, attraversando partiti, movimenti civici, coalizioni improvvisate, fino a ritrovarsi – senza soluzione di continuità – commissari straordinari chiamati a "sistemare" ciò che, da protagonisti della politica regionale, hanno contribuito a sfasciare. Eclatante fu il caso di Toma che da politico e Presidente di Regione di Regione prometteva e da Commissario "sistemava". Non meno lo è quello degli attuali. Un circuito chiuso di potere che ha prodotto un solo risultato: il declino costante della sanità pubblica.

Da sedici anni il Molise vive sotto regime commissariale. Sedici anni di tagli, arretramenti, ridimensionamenti. Reparti chiusi, personale ridotto all'osso, ospedali trasformati in presidi fragili, incapaci di reggere l'urto dei bisogni reali. Il debito sanitario è cresciuto fino a diventare insostenibile. E di fronte a questa incapacità gestionale, la risposta è sempre la stessa: altri tagli. Mai una visione, mai una programmazione, mai una parola di verità.

In questo contesto, la protesta di Castrataro non è un gesto isolato. È una rottura. È la voce di un territorio che non accetta più di essere sacrificato. Molti sindaci hanno scelto di scendere in strada al suo fianco, altri – ancora più numerosi – hanno espresso in ogni modo la propria vicinanza. Altri - primi fra tutti i Parlamentari molisani - hanno continuato a girarsi dall'altra parte. Ma tutti sanno che non è una vertenza locale, ma il sintomo di un sistema che non regge più.

Eppure, mentre un sindaco presidia un ospedale in tenda, il presidente della Regione, Francesco Roberti, nella conferenza stampa di fine anno ha dichiarato che la sanità pubblica molisana "sta bene". Lo ha detto in quei giorni. Lo ha detto mentre davanti al "Veneziale" c'era una tenda. Lo ha detto nello stesso giorno in cui una mamma e una figlia sono morte per avvelenamento, dopo essere state per ben due volte al pronto soccorso.

È difficile immaginare una distanza più grande tra le parole e la realtà.

Chi governa continua a comportarsi come se nulla stesse accadendo. Come se fosse normale che un sindaco debba presidiare fisicamente un ospedale per difenderne l'esistenza. Come se fosse accettabile raccontare una sanità "che sta bene" mentre i pronto soccorso esplodono, i reparti sono sotto organico e le tragedie diventano notizie di cronaca.

Non si può continuare così.

Non si può chiedere ai territori di pagare il prezzo di decenni di cattiva gestione. Non si può pretendere che medici e infermieri reggano un sistema allo stremo. Non si può far finta di niente mentre la sanità pubblica viene svuotata pezzo dopo pezzo. È tempo di scendere in strada. Tutti.

È tempo di una protesta di popolo, ampia, visibile, determinata. Non per appartenenze o bandiere, ma per una necessità vitale. Perché senza sanità pubblica non c'è futuro. E per il Molise, questa non è più una discussione politica: è una questione di sopravvivenza.

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