C'è un mondo al contrario. Ma non è quello di Vannacci
Sanità al collasso, scuola abbandonata, violenza diffusa, povertà crescente e guerra come orizzonte: il vero "mondo al contrario" è quello in cui viviamo ogni giorno.
di Paolo Scarabeo
C'è un mondo al contrario. Ma non è quello raccontato, con toni roboanti e semplificazioni pericolose, da chi vede l'anomalia nelle persone, nelle differenze, nelle minoranze. Non è, con buona pace dell'ex generale, il mondo in cui i gay o i neri "non sono normali", né quello in cui la verità coincide con il pensiero della maggioranza.
Il mondo al contrario è molto più vicino. È sotto i nostri occhi. Ed è diventato così abituale da non scandalizzarci più.
È il mondo in cui un uomo è costretto a restare 48 ore su una barella in un pronto soccorso perché non ci sono posti letto. È il mondo in cui un malato oncologico, attende undici ore prima di essere assistito, fino a dover restare due ore sdraiato a terra, con un catetere, perché non c'è una barella disponibile e l'unica sedia a rotelle, nonostante le sue condizione, l'ha ceduta a una persona più anziana, come se il dolore potesse essere graduato, come se la dignità fosse una risorsa scarsa.
È il mondo in cui ragazzi e ragazze trascorrono anni in scuole fatiscenti, senza biblioteche, senza sale di lettura, senza cortili, senza palestre degne di questo nome, senza laboratori attrezzati, senza personale sufficiente e adeguatamente formato. Un mondo che taglia centinaia di milioni di euro alla scuola pubblica, mentre poi si stupisce se cresce la povertà educativa, se il linguaggio si impoverisce, se il futuro si accorcia.
È il mondo in cui un diciottenne entra nel bagno della sua scuola e accoltella un compagno, uccidendolo. Non in una periferia lontana, non in un contesto "altro", ma dentro uno spazio che dovrebbe essere protetto, educativo, umano. È il mondo in cui una scuola diventa teatro di morte, e in cui ci si affretta a parlare di emergenza sicurezza senza interrogarsi davvero sul vuoto educativo, relazionale e affettivo che attraversa le nuove generazioni.
Il mondo in cui una circolare ministeriale chiede alla Scuola di "schedare i bambini palestinesi", come 80 anni fa venivano schedati quelli ebrei!
È il mondo in cui adolescenti si pestano a sangue in strada, fino a ridursi in fin di vita, perché non sanno più parlarsi, perché nessuno ha insegnato loro il conflitto senza violenza, la parola senza sopraffazione, il limite senza umiliazione. Un mondo che ha smesso di educare e poi si indigna solo quando arriva l'ambulanza.
È il mondo in cui muoiono circa 900 persone all'anno sul lavoro, spesso in silenzio, spesso senza nome, come se la sicurezza fosse un lusso e non un diritto fondamentale. È il mondo in cui si continua a chiamare "incidenti" ciò che in realtà è incuria, sfruttamento, risparmio sulla pelle degli altri. Il mondo in cui un povero viene sfruttato per 12 ore nei campi a poco più di 2 euro all'ora.
È il mondo in cui le carceri scoppiano, con un sovraffollamento che arriva al 130–140%, e poi ci si sorprende se il carcere non rieduca, se diventa solo un moltiplicatore di disperazione e violenza.
È il mondo in cui si commettono omicidi da parte di persone già arrestate per gli stessi reati, rilasciate senza che nessuno si assuma davvero la responsabilità di prevenire, curare, accompagnare, controllare. Un mondo che interviene sempre dopo, mai prima.
È il mondo in cui la politica non sa più dialogare, sa solo urlarsi contro, in cui non ci sono soldi per la sanità pubblica, non ci sono soldi per la scuola pubblica, non ci sono soldi per la lotta alla povertà, ma si programmano in dieci anni mille miliardi di euro per le armi. Un mondo che investe nella morte molto più di quanto investa nella vita.
È il mondo in cui la forza diventa il criterio delle relazioni tra i popoli, in cui la guerra torna a essere considerata normale, inevitabile, persino necessaria. Un mondo in cui non c'è più spazio per l'umanesimo, per la diplomazia, per la fatica del dialogo. Ma tutto è piegato ai capricci del più forte.
È il mondo in cui un governo può compiere un genocidio sotto gli occhi del mondo, spesso plaudente o comodamente distratto. È il mondo in cui il desiderio di libertà, come in Iran, costa migliaia di vite umane, senza che nessuno intervenga davvero, perché la libertà vale solo quando non disturba equilibri economici e geopolitici.
È il mondo in cui i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, in cui la povertà cresce, in cui persone dormono in strada anche nelle città ricche, anche davanti alle vetrine illuminate, anche accanto a chi passa oltre abbassando lo sguardo. Un mondo che colpevolizza i poveri, li rende invisibili, li trasforma in fastidio.
Questo è il mondo al contrario. Un mondo che chiama "normale" ciò che è profondamente ingiusto. Un mondo che si scandalizza delle parole e non dei fatti. Un mondo che difende l'ordine dimenticando la giustizia.
Rimettere il mondo "dritto" non significa escludere, reprimere, dividere. Significa rimettere al centro la dignità umana, prima dei bilanci, prima delle armi, prima dei sondaggi.
Tutto il resto è propaganda.
E la propaganda, quando diventa sistema, è sempre il segno più evidente di un mondo davvero al contrario.




