Circa 5 milioni di italiani rischia di non poter votare al Referendum

05.02.2026

In Italia oltre la metà degli aventi diritto al voto non partecipa più alle elezioni. L'astensionismo è diventato un dato strutturale, oggetto di analisi, allarmi, appelli rituali alla partecipazione democratica. Si moltiplicano i richiami al "disinteresse dei cittadini", alla distanza tra Paese reale e istituzioni, alla necessità di riportare le persone alle urne. Eppure, mentre ci si lamenta dell'astensione, si assumono decisioni che allontanano ulteriormente milioni di cittadini dal voto.

Il referendum costituzionale sulla giustizia si colloca esattamente dentro questa contraddizione. A quasi due mesi dall'appuntamento referendario, quasi cinque milioni di italiani rischiano di essere esclusi dall'esercizio di un diritto fondamentale. Sono i cittadini fuori sede: studenti universitari, lavoratori temporaneamente trasferiti, persone costrette a curarsi lontano dal Comune di residenza. Per tutti loro votare sarà possibile solo a una condizione: potersi permettere di tornare a casa. In caso contrario, il diritto di voto resta sulla carta.

Il decreto legge Elezioni, oggi all'esame finale della Camera, non introduce alcuna soluzione per questa platea enorme di cittadini. Tutti gli emendamenti presentati dalle opposizioni sono stati respinti. Non è passato chi chiedeva il voto a distanza, non è passata una proposta di sperimentazione, non è passata nemmeno l'ipotesi di agevolazioni di viaggio per gli studenti. La scelta è stata quella della chiusura totale, senza attenuanti.

Il dato che rende questa decisione particolarmente grave è noto: alle elezioni europee del 2024 il voto ai fuori sede era stato consentito. Non si trattava di un esperimento teorico, ma di una pratica concreta già realizzata. Le difficoltà organizzative erano state affrontate, le soluzioni tecniche individuate. La possibilità di replicare quel modello esisteva. È stata semplicemente scartata.

Da qui la denuncia delle opposizioni, che hanno parlato di una lesione profonda dei principi democratici. L'esclusione non è neutra, perché colpisce una categoria precisa. La maggioranza dei fuori sede è composta da giovani, e i sondaggi indicano chiaramente che proprio tra i giovani si concentra l'orientamento più critico verso il referendum. Ridurre la partecipazione significa, in questo caso, ridurre una voce potenzialmente scomoda.

Il diritto di voto viene così subordinato a criteri economici e logistici. Chi può permettersi un viaggio vota, chi non può resta fuori. In un Paese che già fatica a coinvolgere i cittadini nella vita pubblica, questa scelta rischia di aggravare una frattura già profonda. Da un lato si invoca la partecipazione, dall'altro si accetta che milioni di persone vengano scoraggiate o escluse.

Il messaggio che passa è chiaro e inquietante: la partecipazione va bene finché non altera gli equilibri. Ma una democrazia che seleziona i suoi elettori, invece di garantire a tutti le stesse condizioni di accesso al voto, perde credibilità. E quando l'astensionismo cresce, non sempre la responsabilità è di chi non vota. A volte è di chi rende il voto sempre più difficile.

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