Come Elio Petri con La decima vittima ha profetizzato la nascita della figura dell’influencer
di Davide Catalano
Elio Petri, romano di nascita, intellettuale vicino all'ideale marxista, si iscrive all'età di 17 anni al PCI, dal quale si allontana definitivamente dopo l'invasione dell'Ungheria da parte dell'URSS nel 1956. Petri ha segnato indelebilmente il cinema politico degli anni '60 e '70 nei quali si respirava un'aria tesa a causa delle numerose stragi. Come molti dei membri della Nouvelle Vague francese, non si formò frequentando una scuola di cinema bensì vedendo molti film.
La sua esperienza nel mondo del cinema comincia come critico per "L'unità" e poi come documentarista, prima con Nasce un campione (1954) e poi con I sette contadini (1957), anche se lui stesso, pochi anni più tardi, dichiarerà: "Non mi piacciono i documentari. Mi fanno ridere. C'è il massimo della manipolazione, perché fingono di documentare quello che non è documentabile". L'approdo al lungometraggio arriverà nel 1961 con L'assassino, nel quale emergono alcuni tratti tipici che contraddistinguono la sua filmografia, come l'interesse per l'attualità a livello tematico e l'utilizzo distorto dei flashback, l'humour nero ed i movimenti continui di macchina con frequente utilizzo dello zoom a livello tecnico.
La decima vittima del 1965 è il primo film che vidi di Petri e mi colpì vivamente, tanto che mi chiesi come quest'ultimo avesse fatto a realizzare un film così attuale in quegli anni, ma soprattutto, mi accorsi di come molte pellicole dei nostri giorni ne siano una palese copiatura, venendo poi spacciate come innovative ed originali. La ferocia dei rapporti individuali, l'invadenza dei mass-media, l'omicidio legale come sfogo per mantenere una condizione di pace, sono solo alcuni dei temi trattati dal regista romano in questa pellicola ispirata al breve racconto The Seventh Victim di Robert Sheckley.
La storia è ambientata in un futuro distopico nel quale c'è la possibilità di iscriversi alla "grande caccia", una competizione internazionale nella quale un'intelligenza artificiale designa cacciatori e prede e, una volta uccise dieci vittime, si accede ad un premio in denaro e alla fama mediatica. Caroline, interpretata da Ursula Andress (reduce dall'interpretazione della bond girl in 007-Licenza di uccidere), è a quota nove e si sta dirigendo a Roma per dare la caccia a Marcello, interpretato da un Marcello Mastroianni dai capelli ossigenati, un uomo disilluso che è occupato nel risolvere alcuni problemi familiari. Da qui parte una narrazione inizialmente incline al thriller che si alterna poi col grottesco in maniera geniale, il tutto inserito in una Roma dallo spirito ed estetica pop art meravigliosi.
C'è poi un aspetto facilmente relazionabile alla nostra di società e cioè che, nel film, l'uomo non è più considerato come una persona con idee, sentimenti e desideri, ma è solo un numero all'interno di un ingranaggio che deve portare soldi alle grandi organizzazioni e sono proprio questi gli elementi del consumismo e del capitalismo estremo che Petri critica aspramente. Tant'è che lo slogan del "Ministero della caccia" è: "Perché controllare le nascite quando possiamo aumentare i decessi?". I cacciatori diventano dei veri e propri influencer dei nostri tempi, sempre seguiti da telecamere e costellati da sponsor che li spingono ad aumentare in qualsiasi modo gli introiti, sfruttando l'uccisione di una persona come spot pubblicitario, come tenta di fare Caroline con Marcello, progettando di ucciderlo al Tempio di Venere a Roma, dove diversi cameraman aspettano il momento giusto per registrare la sua morte.
La messa in scena è magistrale come lo è anche il montaggio di Ruggero Mastroianni, la sceneggiatura di Tonino Guerra ed Ennio Flaiano e lo sono le musiche di Piero Piccioni. Lodevoli le prestazioni attoriali di Mastroianni e di Ursula Andress ma soprattutto la regia dell'immenso Elio Petri, maestro assoluto molto spesso dimenticato ma che è probabilmente uno dei migliori di sempre. Alberto Barbera, attuale direttore del Festival del Cinema di Venezia, disse a proposito: "Se col tempo è stata fatta una rivalutazione critica di alcuni registi dimenticati, questo non vale per Elio Petri, nei confronti del quale il plebiscito ottenuto presso il pubblico da molti dei suoi film più famosi fu inversamente proporzionale agli apprezzamenti di una critica che, con poche eccezioni, ne fece il bersaglio preferito di una battaglia ideologica dalle premesse alquanto discutibili".




