Da Terina a Mantova: il Tesoro di Sant’Eufemia e il nuovo patto culturale tra Sud e Nord

12.06.2026

di Redazione Web

Una notte di pioggia, la terra che frana, un lampo d'oro che buca il fango. Potrebbe sembrare l'incipit di un racconto popolare del nostro Mezzogiorno, invece è la scena fondativa di una delle storie più affascinanti della Magna Grecia: il Tesoro di Sant'Eufemia, nato sulle coste calabresi del Tirreno e oggi disperso tra musei europei.

Giovedì 13 giugno, alle 18, quella vicenda ricompare lontano dal mare, a Mantova, nelle sale del Palazzo del Plenipotenziario. È una scelta che dice già molto: il mito di Terina, colonia magno greca, viene messo in dialogo con una città di pianura, abituata da secoli a fare i conti con il proprio passato stratificato. Il Sud, ancora una volta, resta al centro: entra nel cuore di una grande tradizione padana e la costringe a interrogarsi.

Al centro dell'incontro ci sarà la professoressa Rossana Villella, che da anni insegue le tracce del Tesoro e della sua terra d'origine. Sarà lei a condurre il pubblico dall'aura leggendaria di Terina – città avvolta nei rimandi al mondo eroico e agli antichi culti – fino al terreno, spesso ingrato, della filologia, delle attribuzioni, dei confronti stilistici. Dietro l'oro di Sant'Eufemia c'è non solo la bellezza: c'è una mano, forse una bottega, un "Maestro di Sant'Eufemia" riconoscibile per coerenza, qualità tecnica, forza iconografica. È la prova che anche le cosiddette periferie della Magna Grecia sapevano produrre eccellenza, parlare il linguaggio alto dell'arte mediterranea.

Ad aprire la serata sarà la professoressa Pina Mareschi, che inserirà questo appuntamento nel più ampio percorso di studio e di divulgazione dedicato al Mezzogiorno antico. Ricerca, responsabilità civile, tutela del patrimonio: tre parole che al Sud restano indivisibili. Ogni volta che portiamo alla luce un frammento di passato, infatti, tocchiamo una questione contemporanea: chi siamo, che cosa vogliamo essere, quanto siamo disposti a investire – non solo in denaro, ma in attenzione e cura – sui segni materiali della nostra storia.

Seguirà l'intervento del professor Mario Garofalo, direttore dei "Quaderni Meridionali", che proporrà una lettura editoriale e culturale di questa vicenda. Il suo compito sarà quello di tenere insieme i fili: il Sud delle antiche colonie greche e una città come Mantova, la storia dei reperti e il discorso pubblico di oggi, la dimensione specialistica e il bisogno di un racconto comprensibile a tutti. Anche questo è un passaggio decisivo: se il mito di Terina resta chiuso nelle riviste accademiche, muore; se esce dalle pagine specialistiche, diventa materia viva di cittadinanza.

Il punto di svolta della storia è il rinvenimento del 1865: un ritrovamento fortuito, favorito dal maltempo, che porta alla luce un eccezionale insieme di manufatti aurei, subito riconosciuti per raffinatezza e originalità. Come spesso accade nell'archeologia ottocentesca, alla luce fa seguito l'ombra: dispersioni, acquisizioni parziali, collezioni private, passaggi di proprietà poco chiari. Oggi il Tesoro di Sant'Eufemia è un corpo smembrato, i suoi pezzi sparsi in diversi musei europei. Ogni catalogo, ogni vetrina, ogni numero d'inventario custodisce un frammento di una storia unitaria che tocca, innanzitutto, le comunità del luogo da cui tutto è partito.

Su questo sfondo nasce l'ipotesi del "Maestro di Sant'Eufemia": un nome convenzionale, certo, tuttavia necessario per ricomporre un corpus coerente, per restituire identità a opere altrimenti ridotte a splendidi oggetti anonimi. Dare un nome, anche fittizio, significa riconoscere un centro, un'officina, un contesto di produzione. Significa, in ultima analisi, rimettere il Sud al centro della geografia culturale antica, sottraendolo alla categoria comoda – e pigra – della marginalità.

Il Palazzo del Plenipotenziario, con le sue sale cariche di memoria istituzionale, rappresenta una cornice fortemente caratterizzata. È il luogo dove si sono prese decisioni, dove si è amministrato il potere, dove la storia si è sedimentata. Mettere lì, a Mantova, il racconto di un tesoro nato sulle coste calabresi vuol dire forzare il gioco consueto tra centro e periferia. Il mito di Terina, così, smette di essere faccenda "locale": diventa un caso esemplare di come il patrimonio viaggi, si trasformi, venga interpretato, e di come le comunità – di origine e di approdo – possano riconoscersi o meno in ciò che conservano.

Sullo sfondo scorrono temi che animano oggi il dibattito pubblico: restituzione delle opere, circolazione dei reperti, responsabilità dei musei rispetto ai territori d'origine. Il Tesoro di Sant'Eufemia, complesso di altissimo livello nato in un'area periferica rispetto alle grandi polis e poi disseminato tra istituzioni lontane, costringe a porsi domande scomode e necessarie: che cosa rende davvero "nostro" un bene culturale? La proprietà, la prossimità geografica, la storia, il racconto che siamo capaci di costruirci attorno? Chi è legittimato a parlare, a interpretare, a decidere? Solo gli esperti, oppure anche le comunità che si riconoscono – o potrebbero riconoscersi – in quei segni?

Scegliere Mantova per questo confronto vuol dire chiamare in causa una città che conosce bene il peso delle eredità artistiche e il lavoro quotidiano della loro cura. È un dialogo che riguarda anche noi, qui al Mezzogiorno: se un tesoro nato sulle nostre coste può diventare oggetto di riflessione a centinaia di chilometri di distanza, vuol dire che il Sud non è più soltanto un luogo da cui si parte (opere, persone, energie), bensì un soggetto che parla, che propone chiavi di lettura, che obbliga a ridefinire le geografie della cultura.

In questo incrocio di memorie e di geografie, il mito di Terina cessa di essere un affare per soli archeologi. Diventa una lente attraverso cui guardare alla fragilità dei territori, alle nuove forme possibili di cittadinanza culturale, al modo in cui il passato continua a riscrivere il presente. Ogni oggetto disperso, ogni tesoro smembrato, ogni archivio dimenticato ci ricorda che l'identità non è mai data una volta per tutte: si ricostruisce, pezzo dopo pezzo, come un corredo restituito alla sua unità dalla pazienza degli studiosi e dalla volontà delle comunità.

L'ingresso alla serata è libero, su prenotazione (quadernimeridionali@gmail.com), e questo dettaglio logistico diventa un segno di apertura: l'invito si rivolge agli addetti ai lavori, a insegnanti, studenti, lettori curiosi. Il Tesoro di Sant'Eufemia tornerà a brillare, quel giovedì 13 giugno alle 18, nelle parole di chi lo studia e nelle domande di chi vorrà ascoltare. Da qui passa, oggi, la vera tutela del nostro patrimonio: dal coraggio di rimettere in circolo le storie, di ricucire le fratture, di riconoscere nel mito degli antichi una parte non secondaria del nostro domani.

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