Dai campi di concentramento non siamo mai davvero usciti

24.01.2026

di Paolo Scarabeo

C'è stato un tempo in cui chiamare l'uomo uomo significava attribuirgli un valore.

La humanitas romana nasceva come esercizio civile: educare alla misura, al limite, al riconoscimento reciproco. Prima ancora, la philanthropía greca indicava un legame originario, un'appartenenza comune al destino umano. Non sentimentalismo, ma responsabilità: l'altro come qualcuno di cui rispondere.

L'umanesimo raccoglierà questa eredità, facendone un progetto culturale: mettere l'uomo al centro non per celebrarlo, ma per vincolarlo. Alla dignità, al limite, alla cura della vita.

Il Novecento ha incrinato irreversibilmente questa costruzione. Il XX secolo è stato lo scoglio contro il quale questa idea si è schiantata, infrangendosi.

La Shoah non è stata solo l'abisso del male storico: è stata la smentita radicale dell'idea stessa di umanesimo: l'umano è divenuto in-umano, dis-umano. Il punto in cui l'umano si è capovolto nel suo contrario, in cui la vita ha cessato di essere fine ed è diventata mezzo, scarto, ostacolo da eliminare.

Da allora, la memoria è diventata un dovere. Ma non ogni dovere produce un cambiamento. Abbiamo ricordato molto. Abbiamo commemorato, istituito giornate, pronunciato parole solenni.

Eppure, a guardare la realtà che ci attraversa, viene il sospetto che la memoria, da sola, non basti. Peggio: che rischi di trasformarsi in una pratica autoassolutoria, in un rito che certifica il passato senza interrogare il presente.

Perché dai campi di concentramento non siamo mai davvero usciti.

Non solo in senso storico o geopolitico, ma simbolico e culturale. I campi non sono soltanto luoghi delimitati dal filo spinato. Sono tutte le situazioni in cui la vita perde valore, in cui l'altro smette di essere un volto e diventa una funzione, un problema, un bersaglio. Sono i contesti in cui la violenza non scandalizza più, la morte si alleggerisce, il corpo dell'altro diventa disponibile. 

Quando questo accade, non siamo davanti a una somma di episodi. Siamo davanti a una sconfitta antropologica.

Continuare a interpretare tutto come disagio – individuale, giovanile, sociale – è rassicurante, ma insufficiente. Il disagio è una frattura temporanea, una domanda di aiuto. Qui siamo oltre: qui emerge una difficoltà strutturale a riconoscere il valore dell'umano in quanto tale.

Non è solo violenza: è svalutazione della vita. Non è solo rabbia: è incapacità di nominare le emozioni e di assumersene la responsabilità. Non è solo devianza: è assenza di limite, rimozione dell'altro come soggetto.

In questo senso, la Shoah non è solo un evento da ricordare, ma una soglia che continuiamo ad abitare.

Finché l'uomo potrà essere ridotto a mezzo, a scarto, a nemico assoluto, i campi resteranno aperti, anche senza torri di guardia. Ecco perché la memoria, se non si traduce in impegno culturale, è insufficiente. Ricordare non basta se non cambia il linguaggio, l'educazione, i modelli di successo, il modo in cui pensiamo il limite, la responsabilità, la relazione.

Serve un nuovo umanesimo. Non come formula consolatoria, ma come scelta concreta e faticosa: educativa, culturale, politica. Un umanesimo capace di rimettere al centro non l'io, ma il volto dell'altro. 

Non il diritto assoluto, ma il limite. Non la forza, ma la responsabilità. Non la memoria come rifugio, ma come criterio per il presente. Perché senza questo continueremo a ricordare Auschwitz e a riprodurlo, in forme diverse, ogni giorno.

La memoria non basta più. O diventa impegno per uscire dai campi,oppure resta soltanto un esercizio di buona coscienza

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