Dietro la finestra... a guardare il cielo

26.01.2021

Ancora una volta. Una volta in più. Anche quest'anno. Mentre il mondo è travolto dal diffondersi della pandemia, che tanto dolore e morte sta seminando al suo passaggio, arriva il 27 gennaio e ancora una volta siamo chiamati a fare memoria.

Memoria della Shoah, memoria di un mostruoso olocausto.

Ogni anno, con uno schema ormai definito, torna la routine teatrante di chi considera il Giorno della Memoria come una data rituale in cui scrivere slogan sui social, cambiare la copertina di Facebook, la foto di profilo di Twitter, riempire palinsesti con i vari Schindle'r List e l'indimenticabile bambina col cappottino rosso, La vita è bella o Il bambino con il pigiama a righe... e la coscienza pare salva.

Ma lo è davvero? Di certo no! Quel sangue, quelle urla, quell'orrore, quei corpi ammassati... quei binari, quei forni, quei camini, quei mucchi di scarpe. Gli occhi di quei bambini strappati dalle mani delle loro madri che non hanno visto mai più... quella cenere che copriva i campi e i tetti di Auschwitz e degli altri lager, la vergogna assoluta della discriminazione razziale degli ebrei, chiedono un impegno altro... chiedono qualcosa di diverso per cui vale la pena di rompere il rituale, fermare la recita. Vale la pena di buttare la foto del nazista in divisa e dell'ebreo con cappellaccio e palandrana. Non è una storia di uniformi e palandrane. È storia di uomini e donne che erano stati parte della stessa società, vestivano allo stesso modo, spesso la pensavano allo stesso modo e d'un tratto si sono trovati ad essere carnefici e vittime. Venne un giorno in cui i primi decisero che i secondi non dovevano avere più diritti, erano semplicemente una stirpe da emarginare.

E allora, è obbligo chiedersi: Quale memoria? Quante domande!!

Domande che riemergono mentre dalle nebbie del Novecento, troppo spesso, riappare il filo spinato; domande accompagnate sovente da una spirale di odio che quasi sembra riecheggiare le urla disumane dei campi della morte.

È servito agli esseri umani ricordare tali tragedie per evitare il ripetersi di questi eventi? No. Con l'andare del tempo la ferocia è aumentata, la capacità di uccidere o di torturare è diventata sempre più diffusa e a portata di tutti. È servito all'umanità dimenticare quegli eventi, non saperne più nulla, ignorarli, come se mai fossero accaduti? È servito sapere che sono avvenuti e far finta che non sia mai successo? No. Allora la natura umana, la propensione alla violenza, alla ferocia, all'assassinio è ineliminabile, la civiltà non avanzerà mai, nel diventare meno crudele, meno violenta, meno egoista? Rassegnarsi a un'idea simile sarebbe terribile. Non riconoscerne la realtà e andare avanti alla cieca è altrettanto vano e illusorio.

Ed è probabilmente per questo che è nata la decisione di dedicare almeno un giorno dell'anno al ricordo degli orrori messi in atto circa ottanta anni fa, all'epoca in cui sono nati i genitori di uomini che oggi hanno circa quarant'anni. E le vittime a quell'epoca erano i nonni di quei quarantenni, i loro zii, i cugini.

Ancora pochi anni e poi non ci saranno più testimoni in vita di quell'orrore. E per altro già oggi, il loro racconto, la storia della loro esperienza nel girone infernale della Shoah suscita una crescente, incredibile indifferenza, come se fosse l'ennesima riproposizione di una vicenda già archiviata. La memoria ormai si focalizza solamente all'interno del perimetro di quell'inferno chiamato Auschwitz. E in questo modo, la più spaventosa politica di persecuzione sistematica che il mondo abbia conosciuto perde il suo contesto.

Non ci sono quasi più i nazisti che perseguitavano, rastrellavano e mandavano a morte gli ebrei. E tra poco non ci saranno più neanche i superstiti della loro macchina da guerra che hanno vissuto l'orrore di quello sterminio e quello di doverlo rivivere nei loro racconti, per dire a tutti a noi quanto feroce e crudele sappia essere l'uomo e quanto necessario sia impegnarsi perché mai più possa accadere una simile atrocità.

Ora i mezzi di comunicazione di massa sciorinano numeri spaventosi di esseri umani uccisi. Ne parlano come di noccioline, a volte ne esagerano la portata soltanto per incutere orrore e paura, non per offrire una possibile maniera di far cessare i massacri o per offrire una conoscenza obiettiva dei fatti. Molte cose vengono falsificate in una direzione o nell'altra.

Nulla di tutto questo sembra essere volto a migliorare l'uomo, a impedire il ripetersi, l'estendersi del male, della violenza, degli eccidi.

Tutto questo mette fortemente a repentaglio l'utilità vera dei Giorni della Memoria, del moltiplicarsi di monumenti eretti per rammentare lotte, sacrifici, ideali.

Che cosa si può fare per impedire che in questo modo tutto finisca in retorica, in vuoti cerimoniali consumati in un giorno, per continuare, nei rimanenti 364 giorni dell'anno a perpetrare gli stessi delitti, gli stessi abusi e le stesse violenze appena ricordati?

Se è stato possibile una volta decidere che qualcun altro andava emarginato, poi perseguitato, poi annientato...addirittura cancellato, è possibile ancora.

Occorre ricordare quei morti che si avviavano verso le camere a gas di Auschwitz cantando preghiere. Lì si trattava del progetto di cancellare dalla faccia della Terra un popolo intero additato come portatore di male. C'è la possibilità di rievocare quei delitti senza precedenti nella Storia dell'umanità? Interi popoli sono scomparsi nel fiume spietato del tempo e della Storia, ma non così, cioè come esecuzione di un piano scientifico, meditato, ponderato e preparato fin nei minimi dettagli.

Sono passati circa ottant'anni, i ragazzi di oggi non riescono a immaginare nemmeno lontanamente che cosa potesse essere avvenuto nei campi di sterminio, dove spesso sono portati in visita.

È il giorno delle tante, infinite domande quello che noi chiamiamo il Giorno della Memoria. Come è potuto accadere quello che ricordiamo? E come dobbiamo ricordarlo? Non sarebbe meglio ricordare, (come fanno gli ebrei durante il Pesach, la Pasqua ebraica) in che modo quel popolo è riuscito a liberarsi dalla schiavitù? Noi viviamo ancora in quella schiavitù, nella schiavitù della violenza, dell'eccidio, del sopruso ufficialmente autorizzato. Quando e come ce ne libereremo? Dobbiamo trovare la strada che ci conduca verso la liberazione da questa schiavitù, o sarà l'intera umanità, non un singolo popolo, a scomparire.

Quale speranza? Forse quella vista negli occhi del bimbo delle elementari che nei giorni scorsi, con gli occhioni lucidi, mi parlava di Anna Frank, mentre gli spiegavo una sua poesia... e si immaginava dietro una finestra a guardare il cielo.

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