Dopo il furto, il dono: Martina e la storia di umanità che arriva da Capracotta

02.06.2026

di Paolo Scarabeo

Ci sono nomi che, pronunciati fuori contesto, sembrano appartenere a una famiglia, a un album di ricordi, a una piccola comunità di affetti. Primavera, Paola, Elsa. E invece erano mucche. Ma dire soltanto questo significherebbe non capire nulla della loro storia. Per Giuseppe Loverno quei nomi erano voce silenziosa, presenza rassicurante, geografia emotiva delle sue giornate. Erano attese, rituali, abitudini. Erano vita.

In località Sorbo, nelle campagne di Campana, tra i silenzi della provincia cosentina e il respiro antico della montagna, qualcosa si è spezzato nella notte tra lunedì 4 e martedì 5 maggio. Qualcuno ha attraversato il pascolo della famiglia Loverno e ha portato via nove mucche. Un furto. Nel linguaggio giuridico si chiama abigeato, parola dura, distante, quasi burocratica. Ma certe parole non bastano quando devono raccontare il peso di un'assenza.

Perché in questo caso non si tratta soltanto di un danno economico, né di una pagina di cronaca agricola relegata alla marginalità delle notizie locali. Qui c'è una perdita che ha un volto preciso, una ferita che entra nella vita quotidiana di un uomo e ne altera il respiro. Giuseppe Loverno ha 44 anni, è neurodivergente e aveva costruito attorno alla cura degli animali un equilibrio profondo e concreto, fatto di gesti ripetuti, relazioni non verbali, tempi riconoscibili. Ogni mattina aveva un ordine. Ogni presenza un significato. Ogni animale una storia.

Quelle mucche non erano soltanto parte dell'azienda agricola di famiglia. Erano compagne di una grammatica affettiva difficile da spiegare a chi misura tutto in denaro o produttività. Esiste un legame invisibile tra chi cura e chi viene curato dalla semplicità di una presenza. Per Giuseppe, quel pascolo non era soltanto lavoro: era continuità, sicurezza, linguaggio emotivo. Quando gli animali sono spariti, non è scomparso soltanto un pezzo di sostentamento familiare. È venuto meno qualcosa di più fragile e più profondo: un ordine del mondo.

Eppure, quando sembra che la realtà sappia soltanto sottrarre, a volte arriva qualcuno che decide di restituire.

La risposta è arrivata da lontano, da un altro pezzo di Appennino che conosce il valore della terra, della fatica e delle relazioni umane. Da Capracotta, in Molise, una storia semplice ha improvvisamente assunto il peso delle cose grandi. Luciano e Carmela Di Rienzo, titolari dell'azienda "La Masseria", hanno deciso di donare una mucca a Giuseppe. Si chiama Martina - ha voluto chiamarla così Giuseppe, - in onore della piccola Martina, figlia di Luciano e Carmela. Un nome che da oggi non indica soltanto un animale, ma una possibilità.

Potrebbe sembrare un gesto piccolo a chi guarda il mondo dalla distanza delle statistiche. Una mucca in cambio di nove perdute. Ma le storie umane non obbediscono alla matematica. A volte una sola presenza basta per riaccendere un'abitudine spezzata, per restituire un motivo al mattino, per ricordare che il dolore non è mai davvero definitivo quando qualcuno sceglie di farsene carico.

Luciano e Carmela hanno fatto qualcosa di infinitamente più raro del semplice regalare un capo di bestiame: hanno rimesso in circolo fiducia. Hanno scelto di dire, senza proclami e senza riflettori, che davanti alla sofferenza degli altri si può ancora intervenire in modo concreto. Che la solidarietà non è una parola da evocare nei discorsi pubblici, ma un gesto capace di sporcarsi le mani, di mettersi in viaggio, di assumere un volto.

Martina è diventata così il simbolo di un nuovo inizio possibile. Il segno che perfino dopo un furto, perfino dentro una storia segnata dalla perdita, può esistere qualcosa che rimette in piedi le persone senza fare rumore, restituendo fiducia là dove sembrava esserci soltanto smarrimento.

Per una notte qualcuno è entrato nel buio per portare via. Da un altro luogo, giorni dopo, qualcuno ha scelto invece di arrivare con le mani aperte.

In mezzo resta Giuseppe. Resta la sua storia. Resta un uomo che dovrà ancora fare i conti con il vuoto lasciato da Ombrosa, Rosa, Paolina e dalle altre compagne di pascolo. Ma resta anche Martina. E, insieme a lei, una certezza fragile ma potentissima: il mondo, qualche volta, sa ancora sorprendere dalla parte giusta del cuore.

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