"Il coraggio di impegnarsi". Il Ministro Crosetto alla Formpol2026 di Comunità di Connessioni
"Scelte, responsabilità e verità: come gli individui possono cambiare il mondo". Alla Chiesa del Gesù a Roma il primo appuntamento del nuovo anno. Tanti i giovani presenti.
di Paolo Scarabeo
Il mondo è complesso, attraversato da forze immense, da dinamiche che sembrano sfuggire al controllo dei singoli. Eppure, nonostante tutto, il mondo continua a essere cambiato dalle persone, una alla volta. Da scelte individuali che, sommandosi, diventano cultura, politica, storia. È da qui che occorre ripartire, se non si vuole cedere alla tentazione dell'impotenza o del cinismo.
All'incontro di Formpol2026 – Comunità di Connessioni questa consapevolezza è emersa con chiarezza fin dall'intervento iniziale di padre Francesco Occhetta. Richiamando il dialogo tra Einstein e Freud sul tema della guerra, Occhetta ha riportato il discorso là dove spesso si evita di guardare: dentro l'uomo. La guerra non è solo il risultato di assetti geopolitici o di interessi economici, ma affonda le radici in una dimensione antropologica. Il diritto, da solo, non basta a contenere la forza se la forza è già stata legittimata interiormente.
Freud parla della necessità di immettere Eros, una forza capace di tenere in equilibrio il cuore umano e, di conseguenza, le relazioni tra gli uomini. Non è un discorso astratto: chi fa la guerra è perché la guerra ce l'ha dentro; chi costruisce la pace è perché la pace ce l'ha dentro e decide di organizzarla, fino a trasformarla in progetto politico. Ignazio di Loyola lo dice in modo ancora più radicale: il bene non è istintivo. Istintiva è la chiusura, istintiva è la violenza. Il bene è una scelta. E ogni scelta comporta responsabilità.
Costruire politica, allora, non significa inseguire il consenso o adeguarsi alla forza dominante, ma dire no al male e sì al bene, anche quando questa scelta appare fragile, minoritaria, silenziosa. È qui che emerge la contraddizione che tutti sperimentiamo: il divario tra ciò che sappiamo essere giusto e ciò che accade nel mondo. Una contraddizione che non va rimossa, ma abitata.
L'intervento del ministro Guido Crosetto ha allargato lo sguardo sullo scenario globale in cui questa responsabilità individuale è chiamata a misurarsi. Viviamo in un tempo in cui la forza è tornata a essere il paradigma dominante delle relazioni internazionali. Non come eccezione, ma come struttura. Il mondo è immerso in un grande scontro tra potenze, fondamentalmente tra Stati Uniti e Cina, una potenza dominante e una potenza emergente, con tempi, visioni e capacità profondamente diverse.
Non è uno scontro ideologico, ma tecnologico, energetico, strategico. Si gioca sull'intelligenza artificiale, sulla capacità di calcolo, sull'accesso ai dati, sull'energia e sulle risorse. La crescita tecnologica è esponenziale e ha un costo enorme, soprattutto in termini energetici. I grandi sistemi di intelligenza artificiale consumano quantità di energia paragonabili a quelle di intere città. La competizione del futuro non riguarda solo chi è più giusto, ma chi è più preparato, più veloce, più capace di sostenere questa accelerazione.
Dentro questo scenario, le istituzioni multilaterali nate dopo la Seconda guerra mondiale appaiono indebolite. Il diritto internazionale, costruito in decenni di tentativi di convivenza, sembra perdere forza e credibilità. Non perché l'idea fosse sbagliata, ma perché è stata progressivamente svuotata. Si è preteso che garantisse la pace senza darle gli strumenti per farlo. Si è pensato che la forza potesse essere semplicemente negata, invece che governata.
Crosetto pone una questione scomoda ma necessaria: non esiste pace senza giustizia, ma non esiste giustizia senza un presidio che la renda credibile. Negare il conflitto non lo elimina. Rifiutarsi di scegliere non rende neutrali. Anche la pace, se vuole essere tale, deve assumersi il peso della responsabilità.
A tutto questo si aggiunge la crisi delle democrazie, percepite come lente, incapaci di rispondere alla rapidità dei cambiamenti. È qui che l'autocrazia diventa seducente, perché promette decisioni rapide e soluzioni semplici. La sfida, invece, è dimostrare che è possibile difendere valori antichi - libertà, diritti, dignità - con strumenti nuovi, senza rinunciare alla complessità.
Ma nessuna struttura, nessuna tecnologia, nessuna istituzione regge senza un fondamento più profondo: la ricerca della verità. Viviamo in un'epoca in cui l'informazione è ovunque e la verità è sempre più difficile da riconoscere. La verità non si consuma in un post, non si esaurisce in uno slogan, non si improvvisa. Chiede tempo, studio, confronto. Chiede fatica. E soprattutto chiede una scelta.
La verità non è neutrale. Va cercata e va voluta. E qui il cerchio si chiude: per quanto il mondo sia complesso, non sono le strutture a cambiarlo da sole. Sono i singoli. Persone che scelgono di non cedere alla menzogna, alla semplificazione, alla violenza come scorciatoia. Persone che decidono di assumersi la responsabilità del proprio tempo.
Il mondo cambia così: non per automatismi, ma per coscienze che restano vigili. Per uomini e donne che, anche in mezzo alla contraddizione, continuano a scegliere il bene, a cercare la verità, a credere che la pace non sia un'illusione, ma una possibilità affidata - ancora una volta - alle mani dei singoli.
In un mondo che sembra cadere a pezzi, mentre tutto intorno a noi vacilla e perdiamo punti di riferimento, è il riferimento alle cose immutabili che salva. Sono queste certezze profonde - la dignità dell'uomo, la possibilità del bene, il valore della verità - a darci la bussola per navigare nel caos. Anche quando il mondo sembra cedere, possiamo ancora scegliere. Possiamo ancora costruire. Possiamo ancora restare umani.



