Il coraggio di Sofia: restare, lottare, insegnare
di Paolo Scarabeo
Mentre il Paese si accalca attorno al nome di Gianmaria (a cui nelle ultime ore si è aggiunta Maddalena) - applaudito, difeso, incensato per aver detto no all'orale della maturità, trasformato in una specie di piccolo eroe nazionale con meno parole che voti - io vorrei che per un attimo ci girassimo dall'altra parte.
Non per disprezzo, ma per giustizia.
Perché mentre tutti applaudono chi si sottrae, qualcuno continua a lottare. In silenzio. E perde, a volte. Ma resta.
Cara Sofia, è di te che voglio parlare.
Sofia ha 22 anni, è di Assago, in Provincia di Milano, e la sua storia non ha il fascino effimero del clamore mediatico. Non è diventata una bandiera, né un caso virale. Eppure la sua voce pesa. E racconta qualcosa che ci riguarda tutti.
«Mi dicevo: Non voglio mollare la scuola, io non sono così, io non sono stata cresciuta in questo modo», ha raccontato al Corriere della Sera, ricostruendo le tappe di un cammino scolastico tutt'altro che lineare. Tre bocciature. Tre cadute. E poi un voto di diploma che smentisce tutti i pronostici: 95.
Novantacinque. Non un colpo di fortuna, ma la somma esatta di ogni ferita trasformata in determinazione.
Sofia non ha firmato rinunce mediatiche, non si è fatta scudo di sufficienze tirate per i capelli. Ha scelto la strada più dura: quella di rientrare ogni volta. Ha detto sì, quando sarebbe stato più facile voltarsi. Ha tenuto il punto anche quando il banco tremava sotto il peso del giudizio.
E oggi, con una lucidità che molti adulti non conoscono, aggiunge:
Voglio diventare insegnante ed essere la professoressa che io nei primi anni non ho mai avuto».
Non c'è rancore, in queste parole.
C'è una visione. Una volontà che nasce dal fallimento e si fa progetto. Un'idea di scuola diversa: non quella che misura, ma quella che ascolta. Non la scuola del "sei o non sei all'altezza", ma quella che sa dire: "ci sono anch'io".
Ecco perché è di Sofia che dovremmo parlare.
Perché la vera sfida, oggi, è restare. Anche quando tutto ti invita ad andartene.
Perché crescere non è scegliere scorciatoie, ma attraversare la nebbia anche quando il traguardo non si vede.
Perché il cambiamento che invochiamo da anni non verrà da chi si sottrae, ma da chi - pur deluso, ferito, smarrito - decide di diventare la differenza che non ha ricevuto.
Allora, cari editorialisti dell'applauso facile, se proprio vogliamo parlare di scuola, facciamolo bene. Non raccontiamo solo chi fugge, chi fa rumore, chi si trasforma in meme.
Parliamo anche di chi ha avuto paura ma ha continuato.
Parliamo di Sofia.
E impariamo, per una volta, che il coraggio non sempre urla. A volte siede in fondo all'aula, prende appunti in silenzio, e sogna - ostinatamente - di tornare in cattedra per cambiare tutto.
