Il fenomeno delle "mini influencer" e la certificazione di un fallimento sociale

02.02.2026

La riflessione ha scatenato un'accesa riflessione sui Social, segno evidente di un 'nervo scoperto' nella nostra Società che non sa più riconoscere la gradualità come valore

di Nadia Mari

Abbiamo fallito. Tutti. Genitori, insegnanti, società.

Un fenomeno in crescita – quello delle "mini-influencer" e dei "family influencer" – mette sotto i riflettori bambini sempre più piccoli, alcuni persino sotto i cinque anni, in contenuti social che generano visualizzazioni, like e ricavi pubblicitari. Secondo un recente studio italiano, quasi l'80 % dei bambini presenti nei contenuti online dei genitori ha tra 0 e 5 anni, spesso esposto senza alcuna tutela della privacy o consenso informato.

Non si tratta più di foto buffe della prima torta di compleanno o di un semplice momento di gioco: sempre più profili social trasformano l'infanzia in merce da consumare, con bambini protagonisti di video e post sponsorizzati, spesso privi di consapevolezza su ciò che accade alla propria immagine.

Il fenomeno non è confinato all'Italia. Nel mondo anglosassone ha attirato l'attenzione anche il caso di Piper Rockelle, una giovane influencer americana che ha raccolto decine di milioni di follower sui social già da adolescente. Recenti indagini e documentari come Bad Influence: The Dark Side of Kidfluencing hanno messo in luce accuse molto serie: ex membri del suo gruppo creativo hanno sostenuto di essere stati usati, manipolati e sfruttati dalla madre e manager per creare contenuti e guadagnare soldi online. La controversia si è conclusa con un accordo di quasi 1,85 milioni di dollari per risarcire gli ex collaboratori, mentre la vicenda ha riacceso il dibattito sulla necessità di regole che proteggano i bambini-creatori.

La contaminazione dell'infanzia con contenuti da adulti non si limita alla presenza in video: basti pensare a casi estremi come quello di Autumn Fry, una bambina americana che a soli sette anni ha iniziato a presentare video di prova e recensione di armi da fuoco su YouTube, sollevando scalpore e conseguenze etiche sulle responsabilità dei genitori e dei social nel promuovere certi contenuti con bambini protagonisti.

E non mancano esempi di comportamento irresponsabile nella produzione di contenuti: chi crea video in cui un bambino viene filmato mentre affronta situazioni non adatte alla sua età o riceve attenzioni da adulti può generare reazioni pericolose nei commenti o attrarre attenzioni indesiderate. Testimonianze di utenti raccontano infatti come, sotto ai video di bambine/o su Instagram, emergano commenti inquietanti con richieste di dati personali o sguardi malsani, difficili da moderare o controllare da parte dei genitori.

In Italia, la celebrità dei figli di grandi influencer è di per sé un caso emblematico: la condivisione costante di momenti privati con bimbi in braccio o coinvolti in racconti famigliare ha alimentato un dibattito sulla privacy dei minori e sui rischi della loro continua esposizione online, proprio perché questi contenuti generano numeri impressionanti e attirano attenzione mediatica.

Esperti di tutela dei diritti dei bambini sottolineano come in molti contenuti i minori siano ripresi in momenti intimi (dalla nanna al bagno), inseriti in challenge virali o persino coinvolti in pubblicità, trasformando l'esperienza familiare in una forma di lavoro non regolamentata.

I rischi di questa iper-esposizione non sono solo teorici. Organizzazioni come Terre des Hommes e studiosi di media education richiamano l'attenzione su:

- perdita di privacy e dati personali: i bambini, spesso inconsapevoli, non possono dare un consenso informato per l'uso dei loro dati e della loro immagine;

- pressioni psicologiche: l'essere giudicati, commentati e osservati da migliaia o milioni di sconosciuti può avere impatti su autostima e identità;

- cyberbullismo e attenzioni indesiderate: i minori esposti diventano bersagli facili per chi commenta in modo aggressivo o per chi potrebbe cercare contatti con motivazioni inquietanti;

- confusione tra gioco e lavoro: molti bambini non distinguono più tra gioco, identità personale e performance social, imparando ad "esibirsi" come se fosse naturale.

Il fenomeno parla di una società che applaude e incentiva, spesso senza chiedersi quali siano le conseguenze future. La normalizzazione di bambine di dieci anni truccate, vestite e postate come modelli di stile è diventata routine nei social network – e anche nelle piazze, negli applausi e negli sguardi che non interpellano nessuna autorità educativa critica.

Se non si interviene con regole forti, con l'educazione digitale nelle scuole, con una riflessione seria sul ruolo della famiglia e della società, rischiamo di consegnare ai più giovani un modello culturale che pone i numeri sopra ogni altro valore umano.

Proteggere l'infanzia significa tutelare il diritto a crescere senza pubblico, senza copioni, senza sponsor. Il diritto a sbagliare lontano dagli schermi, a non dover piacere, a non dover rendere. Significa restituire ai bambini il tempo dell'invisibilità, della lentezza e dell'imperfezione. Perché una società che monetizza l'infanzia non sta solo fallendo come educatrice: sta rinunciando al proprio futuro.

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