Il giovane poeta inglese il cui nome è "scritto sull'acqua"

10.03.2026

di Maria Carmela Mugnano 

Una visita al Cimitero Acattolico di Roma, conosciuto anche col vecchio nome di "Cimitero degli inglesi o degli artisti", lascia sensazioni molto profonde per gli "incontri" che qui si possono fare con i personaggi più o meno illustri che vi riposano: artisti, poeti, letterati, diplomatici ... uomini e donne di varie nazionalità che spesso hanno lasciato un segno nella cultura, nell'arte, o nel pensiero umano.

Nella parte più esterna del Cimitero, sul cui sfondo si stagliano a brevissima distanza Porta San Paolo e la Piramide Cestia, una suggestiva spianata erbosa, costellata da margherite e ciuffi di iris violacee, accoglie lapidi sparse: ed è qui che lo sguardo viene attratto da una pietra tombale da cui, curiosamente, non risalta alcun nome, ma solo un lungo epitaffio in inglese.

Avvicinandosi ad essa si leggono incise delle frasi, simili a versi poetici, che, tradotte, dicono: "Questa tomba contiene i resti mortali di un GIOVANE POETA INGLESE che nel suo letto di morte, nell'amarezza del suo cuore, di fronte al potere maligno dei suoi nemici, desiderò che sulla sua pietra tombale fossero incise queste parole:"Qui giace Uno il cui Nome fu scritto sull'Acqua".

Il mistero di questa lapide viene spiegato da un'altra al suo fianco in memoria di Joseph Severn, pittore inglese dell'800, definito l'amico devoto che aveva accompagnato sul letto di morte il poeta John Keats, morto prematuramente, a cui Severn era sopravvissuto per poterlo vedere annoverato tra i grandi poeti inglesi. Si comprende così che, senza aver bisogno di aggiungere alcun dato postumo alla lapide che Keats, per sé, aveva voluto anonima, viene svelato al mondo il suo nome attraverso la tomba di un amico che riposa accanto a lui e che gli sopravvisse per quasi sessant'anni, un lungo tempo che gli consentì di vedere la fama universale che "il giovane poeta inglese" aveva raggiunto e di testimoniarla sulla propria lapide. Severn, in una poesia dedicata all'amico dopo la sua morte, scrisse questi commoventi versi: "Keats, se il tuo caro nome fu scritto sull'acqua, ogni goccia è caduta dal volto di chi piange."

John Keats è uno dei più importanti poeti romantici inglesi, vissuto tra fine '700 e i primi decenni dell'800, nello stesso periodo di George Byron e Percy B. Shelley: di quest'ultimo si può visitare, in un'altra zona del Cimitero, la tomba sovrastata da una lapide in memoria, poggiata sul terreno, che riporta una citazione skakespeariana tratta da La tempesta, preceduta dalle parole "Cor Cordium" (Cuore dei Cuori) dedicategli dalla moglie Mary Shelley, autrice di Frankenstein.

Keats, che era malato di tubercolosi, venne a Roma per godere di un clima più mite e confacente al suo stato fisico, ma si spense pochi mesi dopo il suo arrivo in una casa in Piazza di Spagna - che affaccia sulla Barcaccia del Bernini e sulla scalinata di Trinità dei Monti - che dal 1909 è una casa museo, laKeats-Shelley House, gestita dalla Keats-Shelley Memorial Association, un'organizzazione di beneficenza registrata nel Regno Unito. Sul muro esterno una targa commemorativa ricorda che in quella casa morì "l'inglese poeta Giovanni Keats, mente maravigliosa quanto precoce" e reca la stessa incisione della pietra tombale di Keats: un 'antica lira greca, lo strumento musicale simbolo della poesia lirica, che però ha delle corde spezzate in segno di morte prematura.

L'incredibile "incontro" con la sua tomba rappresenta la chiave per scoprire, o riscoprire, un grande Poeta, uno straordinario figlio dell'Umanità, che, dopo sofferenze e ostilità subìte nel corso della sua esistenza, profondamente addolorato per la lontananza dalla giovane a cui aveva indirizzato stupende lettere d'amore, ma che sapeva di non poter sposare, riconosce la labilità delle vicende umane, e che solo il concetto di "Verità e Bellezza" è eterno sulla terra: "Bellezza è Verità, Verità è Bellezza: questo solo, e non altro, sulla terra sapete e dovete sapere" (Ode sopra un'urna greca). Keats riesce a esprimere come pochi il profondo sentimento di dolore per la fugacità della vita, nell'intima consapevolezza che la sua sarebbe durata poco:

"Quando io temo di poter cessare di esistere/ prima che la mia penna abbia spigolato il mio cervello pullulante/ prima che i libri ammucchiati.../ conservino, come ricchi granai, il grano maturo,/ quando contemplo sul volto stellato della notte/ enormi simboli nebulosi di una sublime storia d'amore,/ e penso che non potrei vivere mai abbastanza/ per tracciare le loro ombre con la mano magica del destino,/ e quando sento.../ che non ti guarderò mai più... /... allora, sulla riva del vasto mondo resto solo e penso/ finchè amore e fama non affondano nel nulla." (Sonetti)

C'è la dolorosa constatazione, che sicuramente era presente nel suo letto di morte, che gli mancherà il tempo per poter vedere la maturazione dei suoi tanti germogli creativi e la loro raccolta, per cui, se "amore e fama affondano nel nulla", anche un nome è destinato a passare oltre, a scorrere via con l'acqua sulla quale viene scritto.

Ma questa ultima volontà, a ben guardare, potrebbe essere coerente anche con il suo pensiero sulla necessità di una ricerca da parte dell'uomo di un' identità più rispondente alla propria essenza, quella dell'anima. Di quanto l'anima, fulcro importante nel Romanticismo, fosse per lui il punto d'arrivo della ricerca umana ed elemento di dialogo e condivisione fra uomini, da estendere a quanti vivono in questo mondo, ce ne danno prova le sue lettere:

"Supponiamo, ad esempio, che una rosa provi delle sensazioni, fiorisca in una bella mattina e goda di se stessa... ma arriva un vento freddo, un sole caldo, non può sfuggirgli, non può eliminare i suoi fastidi che sono insiti nel mondo di cui fa parte anch'essa.

Allo stesso modo l'uomo non può essere felice nonostante tutto, gli elementi materiali prenderanno il sopravvento sulla sua natura. Il nome comune di questo mondo tra quelli che non ragionano e i superstiziosi è "valle di lacrime".... Chiamate il mondo, se volete, "la valle della creazione dell'anima" e allora scoprirete l'utilità del mondo... Dico "creazione dell'anima" distinta dall'intelligenza. Possono esserci milioni di intelligenze o scintille della divinità, ma esse non sono anime finchè non acquisiscono identità, fino a quando ciascuna non è personalmente se stessa.". (dalle lettere a George e Georgiana Keats, dal 14/2/ al 3/5/1819)

"Un vecchio e un fanciullo parlano tra loro… l'uomo non dovrebbe mettersi a discutere o asserire, ma dovrebbe sussurrare quel che ha scoperto al suo vicino e così, grazie a ogni germe di spirito che succhia la linfa della matrice eterea, ogni essere umano potrebbe diventare grande, e l'umanità, invece di essere una vasta brughiera di ginestre e rovi… sarebbe una grande democrazia di alberi della foresta... Smettiamo dunque di andare in giro a raccogliere miele ronzando qua e là come api impazienti all'idea di quello a cui miriamo, ma apriamo i nostri petali come un fiore e facciamoci passivi e ricettivi.". (dalla lettera a J. Hamilton Reynolds, 19/2/1818)

Il Poeta realizza una visione interiore nuova e profonda: la necessità della creazione di un'anima che si forgia nelle avversità della vita e diventa la nostra identità più sofferta, ma anche più vera, quando l'anima ha compiuto questo lavoro e diventa "personalmente se stessa". In questo modo l'uomo acquisisce una fondamentale chiave di comprensione del mondo che lo rende grande e lo toglie dal suo isolamento, facendo diventare l'umanità "una grande democrazia di alberi della foresta".

L'incontro con John Keats si arricchisce di un ulteriore pensiero grandioso, che colpisce e fa centro nella persona umana quando raccoglie i segnali che arrivano dall'esterno e si pone in contatto con altre parti di umanità per uno scambio reciproco. E dare riconoscimento alla nostra interiorità e a questa consapevolezza acquisita può servire a non farci travolgere da certezze e verità precostituite, ma a porci in ascolto e ad accogliere quanto la vita ha da dirci e da insegnarci.

Ed è incredibile come Keats, nel suo letto di morte, abbia reso eterno un concetto di transitorietà facendolo scolpire sulla sua pietra tombale: "qui giace uno il cui nome fu scritto sull'acqua", ma quel nome, di fatto, è diventato immortale e incancellabile perchè, dopo la sua morte, è stato scritto nelle stelle: "Astra ferar nomenque erit indelebile nostrum"("Salirò alle stelle e il mio nome sarà incancellabile")Ovidio, Metamorfosi.

Si ringrazia il Cimitero Acattolico di Roma e la Keats-Shelley House per l'accoglienza e la gentile autorizzazione e concessione di materiale fotografico.

©Produzione riservata

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