Il silenzio sul Papa e il rumore delle armi

13.04.2026

Risuonano con una forza imprevista le parole pronunciate dal Papa nella Veglia per la pace. Leone XIV non è fuori contesto perché parla di pace, ma perché lo fa senza accettare le condizioni implicite del discorso pubblico. Non traduce la pace in equilibrio di forze, non la subordina alla sicurezza, non la inserisce in una strategia. La afferma, e basta. 

di Paolo Scarabeo

Dov'è finito Leone XIV? Non è una domanda geografica, né retorica, ma politica e culturale. Il Papa parla - e lo fa con una nettezza che raramente si ascolta nel linguaggio pubblico contemporaneo - ma le sue parole sembrano scivolare via, come se non trovassero appigli, come se fossero pronunciate in un altrove che non coincide più con lo spazio mediatico dominante. Non è censura, o almeno non nel senso più grossolano del termine: è piuttosto una forma di irrilevanza costruita, una sottrazione progressiva di attenzione che rende innocuo anche ciò che innocuo non è.

Eppure le parole ci sono, e sono difficili da equivocare: fermare il delirio di onnipotenza, ripudiare la guerra, non usare il nome di Dio per giustificare la violenza. Non sono formule spirituali, né consolazioni per tempi difficili; sono categorie politiche, pronunciate senza il filtro dell'ambiguità. Ed è proprio questa mancanza di ambiguità a renderle problematiche. Perché obbligano a riconoscere un bersaglio, o meglio ancora un modello.

Ridurre tutto a una polemica contro Donald Trump (che ha reagito molto male) è una scorciatoia rassicurante: personalizza il problema, lo rende circoscrivibile, lo trasforma in una questione di stile o di eccesso individuale. Ma Leone XIV non parla di un uomo. Parla di una forma del potere che si auto-legittima, che trasforma il consenso in giustificazione morale, che invoca Dio non come limite ma come sigillo. La ritualità del "God bless America", che riecheggia dalla Casa Bianca, diventa allora emblematica non in sé, ma per l'uso che ne viene fatto: accompagnare decisioni che producono distruzione dentro una narrazione che le rende inevitabili, e quindi implicitamente giuste.

Ma il punto più radicale del discorso del Papa non è nemmeno questo. Non è la denuncia della guerra - che, almeno a parole, tutti continuano a condannare - bensì la critica della sua sacralizzazione. Quando il conflitto smette di essere un fallimento e diventa destino, quando si ammanta di necessità storica o addirittura di missione, la religione cambia funzione: da argine si trasforma in carburante. È qui che il discorso si fa inevitabilmente scomodo anche altrove, nelle scelte di Benjamin Netanyahu come nella retorica che circonda Ali Khamenei. Non perché le responsabilità siano equivalenti - non lo sono - ma perché il meccanismo simbolico presenta una somiglianza inquietante: trasformare il conflitto in identità, renderlo parte costitutiva di sé, sottrarlo così a ogni possibilità reale di critica.

E poi c'è quella parola che, nel contesto italiano, dovrebbe essere familiare e invece suona quasi estranea: ripudiare. È la parola scelta dall'articolo 11 della Costituzione italiana, una parola radicale, non negoziabile, che non ammette attenuazioni. Ripudiare non significa contenere, né gestire, né regolamentare: significa rifiutare come principio. È esattamente questo che rende il discorso di Leone XIV difficilmente integrabile nel linguaggio politico corrente, che ha invece interiorizzato l'idea che la guerra, pur tragica, resti uno strumento possibile, talvolta necessario, comunque legittimo. Il Papa compie uno scarto ulteriore: non si limita a deplorare la guerra, ne contesta la legittimità.

Il problema, allora, non è tanto ciò che dice, ma il punto in cui va a colpire. Se il suo fosse un discorso puramente spirituale, verrebbe accolto senza difficoltà; se fosse generico, verrebbe rilanciato; se fosse conciliabile con le categorie correnti, verrebbe integrato. Ma non è nulla di tutto questo. Interviene sul linguaggio prima ancora che sulle decisioni, smonta le giustificazioni prima ancora delle strategie, incrina quella narrazione della necessità che consente alla politica contemporanea di presentare le proprie scelte come inevitabili.

Di fronte a questo, la risposta non è lo scontro diretto. Non conviene contestare apertamente, perché significherebbe riconoscere rilevanza. Non conviene nemmeno criticare nel merito, perché si aprirebbe un terreno di confronto. La forma più efficace è un'altra: lasciare cadere le parole, non riprenderle, non amplificarle. Il Papa non viene smentito, viene semplicemente sottratto al campo visibile.

Forse è proprio qui il punto: Leone XIV non è fuori contesto perché parla di pace, ma perché lo fa senza accettare le condizioni implicite del discorso pubblico. Non traduce la pace in equilibrio di forze, non la subordina alla sicurezza, non la inserisce in una strategia. La afferma, e basta. E in questo gesto apparentemente semplice rompe il patto non scritto che regola il linguaggio politico contemporaneo: si può dire tutto, purché non si metta in discussione il presupposto.

Non è il Papa, allora, a essere scomparso. È il suo discorso a essere diventato incompatibile. E quando un discorso diventa incompatibile, non lo si combatte: lo si ignora. Finché qualcuno non decide, ostinatamente, di andarlo a cercare e noi saremo sempre tra questi.

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