Il "solito sistema": quando il clientelismo smette di vergognarsi
di Paolo Scarabeo
Quando il "solito clientelismo" smette di essere un'accusa e diventa un consiglio operativo, allora non siamo più nel campo della polemica politica, ma dentro una confessione culturale. Le parole dell senatore Aldo Mattia, esponente di Fratelli d'Italia, non colpiscono tanto per il contenuto – tristemente noto – quanto per la loro normalizzazione.
Il punto non è lo scandalo. È l'abitudine.
Perché il clientelismo, in Italia, non è mai stato davvero un segreto. È stato raccontato, denunciato, studiato. Ha attraversato la Prima e la Seconda Repubblica, ha cambiato forma, linguaggio, perfino giustificazioni. Ma qui accade qualcosa di diverso: non si prova più nemmeno a mascherarlo. Diventa "il solito clientelismo". Una prassi, quasi un suggerimento tecnico, come se si trattasse di organizzare un volantinaggio o una riunione di quartiere.
E allora la domanda smette di essere morale e diventa politica nel senso più profondo: quando un meccanismo distorto viene percepito come normale, quanto è ancora possibile combatterlo?
Il passaggio più inquietante è proprio questo slittamento semantico. "Ti ho fatto un favore" non è più un abuso, ma una moneta. Non è più deviazione, ma linguaggio condiviso. È il patto implicito che sostituisce il programma, il rapporto personale che soppianta quello istituzionale. Non cittadinanza, ma scambio.
E qui cade anche l'ultima foglia di fico della meritocrazia. Perché il clientelismo non è solo corruzione elettorale: è una cultura alternativa al merito. Dove non conta cosa sai fare, ma chi conosci. Dove non vince chi è più capace, ma chi è più inserito. Dove il diritto si trasforma in concessione.
Chi difende queste pratiche spesso le minimizza: "così fan tutti", "è sempre stato così". Ma è proprio questa rassegnazione a renderle invincibili. Il clientelismo non si impone solo dall'alto; sopravvive perché trova accettazione, talvolta complicità, anche in basso. È una scorciatoia che seduce, soprattutto dove lo Stato appare lento, distante, inefficace.
E allora il problema non è solo chi pronuncia certe frasi, ma il contesto che le rende possibili senza immediata espulsione dal discorso pubblico.
In una campagna referendaria sulla magistratura – cioè su uno dei pilastri dello Stato di diritto – evocare apertamente il meccanismo dello scambio personale ha un valore simbolico potente, quasi paradossale. È come se si ammettesse, senza filtri, che le regole valgono fino a un certo punto. Che sotto la superficie delle istituzioni continua a scorrere un'altra logica, più antica e più resistente.
Non è una novità. Ma è raro sentirla dire così, senza imbarazzo.
Ed è proprio qui che dovrebbe scattare una riflessione più ampia, che va oltre il singolo episodio o il singolo schieramento. Perché il clientelismo non ha colore politico stabile: cambia casacca, ma resta. Si adatta. Si infiltra dove trova spazio.
La vera domanda, allora, non è chi lo usa oggi. Ma perché continua a funzionare.
Finché esisterà qualcuno disposto ad accettare un favore al posto di un diritto, il sistema non avrà bisogno di essere difeso: si difenderà da solo.
E forse è questa la parte più scomoda da ammettere.




