Intervista a Nadia Mari. La parola come atto di consapevolezza
«Ho sentito il bisogno di attraversare la storia, intrecciandola alla mia esperienza personale, per mostrare come il cambiamento passi prima di tutto da una trasformazione interiore».
di Paolo Scarabeo
Nel nostro percorso di approfondimento e ricerca sulla parola come strumento di costruzione della società e di un nuovo umanesimo, abbiamo incontrato la scrittrice e traduttrice bolognese Nadia Mari. Da sempre impegnata in una riflessione che intreccia scrittura, comunicazione e responsabilità civile, Mari ha fatto della parola – scritta e parlata – un luogo di indagine sociale, di consapevolezza individuale e di presa di posizione. Tra saggistica, narrativa, radio e podcast, il suo lavoro restituisce uno sguardo attento alle trasformazioni del nostro tempo e al ruolo delle donne nella società contemporanea. In questa intervista ci accompagna dentro il suo percorso umano e letterario, raccontandoci come la scrittura possa diventare un atto di libertà e di cambiamento.
D. Nadia Mari, lei ha fatto della parola uno strumento di indagine sociale e impegno civile. Quando ha capito che la scrittura non era solo una passione privata, ma una responsabilità pubblica?
R. La scrittura mi accompagna da sempre, come un luogo intimo di riflessione e di ascolto. Per molto tempo è rimasta lì, in una dimensione privata. Negli ultimi anni, però, ho sentito l'urgenza di condividere ciò che scrivevo: non per esibizione, ma per necessità. Ho capito che la parola può diventare un gesto politico nel senso più alto del termine, uno strumento di consapevolezza collettiva. Da quel momento la scrittura ha smesso di essere solo mia.
D. Il suo esordio nella saggistica avviene con Il potere nascosto delle donne. Da crisalidi a farfalle. Qual è stata la scintilla che ha dato origine a questo libro?
R. È nato da una domanda semplice e insieme scomoda: perché, nonostante secoli di conquiste, le donne faticano ancora a riconoscere il proprio potere? Ho sentito il bisogno di attraversare la storia, intrecciandola alla mia esperienza personale, per mostrare come il cambiamento passi prima di tutto da una trasformazione interiore. La metafora della crisalide racconta proprio questo: il tempo necessario, spesso invisibile, prima del volo.
D. La prefazione di Virginia Raggi ha dato al libro una forte risonanza pubblica. Che valore ha avuto per lei?
R. È stato un riconoscimento importante, non solo sul piano simbolico. Ha rappresentato un ponte tra riflessione culturale e impegno istituzionale, dimostrando che il pensiero femminista non è un discorso marginale, ma una chiave essenziale per leggere il presente.
D. Accanto alla saggistica, lei ha scelto la narrativa. Il giardino dei gelsomini è un romanzo profondamente intimista. Che rapporto c'è tra la sua scrittura saggistica e quella narrativa?
R. Sono due linguaggi diversi, ma comunicano tra loro. Nella saggistica cerco chiarezza e rigore; nella narrativa posso esplorare le zone d'ombra, il non detto, le ferite. Il giardino dei gelsomini nasce dal bisogno di raccontare il dolore, ma anche la possibilità della rinascita. La letteratura, in questo senso, è uno spazio di verità emotiva.
D. Il romanzo ha ricevuto premi importanti. Che significato hanno avuto questi riconoscimenti nel suo percorso?
R. Sono stati una conferma, certo, ma soprattutto un incoraggiamento. Mi hanno detto che era possibile coniugare profondità emotiva e qualità letteraria senza rinunciare alla complessità. Non scrivo per i premi, ma sapere che il lavoro arriva agli altri è fondamentale.
D. Nel suo percorso troviamo anche Polifonia e numerosi racconti brevi. Che ruolo ha per lei la forma breve?
R. Il racconto è una sfida: richiede precisione, ascolto, disciplina. Amo la forma breve perché costringe a eliminare il superfluo e a lasciare spazio al silenzio. In Polifonia ho voluto dare voce a più registri, più sguardi, come in un coro dissonante ma autentico.
D. Ha scritto anche un saggio sul linguaggio non verbale, Being One of the Group, insieme al professor Patrick Boylan. Da dove nasce questo interesse per la comunicazione?
R. La comunicazione non è solo ciò che diciamo, ma soprattutto ciò che trasmettiamo senza parole. Il linguaggio del corpo, i silenzi, le distanze parlano di relazioni, di potere, di appartenenza. È un campo che dialoga molto con il mio interesse per le dinamiche sociali e identitarie.
D. Nel "cassetto" ci sono romanzi inediti, un'autobiografia e fiabe per bambini. Cosa rappresenta per lei questa scrittura ancora non pubblicata?
R. È una scrittura libera, non ancora esposta allo sguardo esterno. Ogni testo ha il suo tempo. Le fiabe, in particolare, mi permettono di parlare ai bambini – e agli adulti – di temi complessi con leggerezza e verità.
D. Lei collabora con testate online affrontando temi legati alle disuguaglianze e alle ingiustizie sociali. Quanto è importante oggi prendere posizione?
R. Credo che l'illusione della neutralità sia uno dei grandi equivoci del nostro tempo. Scrivere significa scegliere uno sguardo. Io ho scelto di stare dalla parte di chi è marginalizzato, di chi non ha voce, perché la parola può e deve farsi spazio di resistenza.
D. Questo impegno passa anche dalla radio e dal podcast "Nadia, punto e a capo" su Radio Giano. Che tipo di spazio è?
R. È un luogo di dialogo, non di verità assolute. Un punto e a capo, appunto: fermarsi, rileggere, ricominciare. Parliamo di cambiamenti, individuali e collettivi, con l'idea che comprendere il presente sia il primo passo per trasformarlo.
D. Se dovesse definire oggi il cuore del suo lavoro in una sola frase, quale sarebbe?
R. Uso la parola per creare consapevolezza, perché credo che capire sia già un atto di libertà.
Per info e approfondimenti: https://sites.google.com/view/nadiamari





