La protesta non vive solo nei discorsi che fanno la Storia: spesso diventa cultura.
di Camilla Novelli
Sono molte le date che, nel corso dei millenni, hanno cambiato il destino dell'umanità. Talmente tante che alcune, inevitabilmente, restano ai margini dei libri di scuola, sacrificate per lasciare spazio ad altri eventi ritenuti più "importanti". Una di queste è il 1166 a.C., un anno che in realtà segna una svolta enorme: in Egitto, sotto il regno di Ramses III, ebbe luogo il primo sciopero organizzato della Storia.
Siamo a Deir el-Medina, il villaggio degli artigiani incaricati di costruire le tombe dei faraoni. Operai specializzati, non schiavi, che decisero di dire basta quando le razioni alimentari non arrivarono più. La loro protesta fu pacifica: si sedettero vicino ai templi, denunciarono la fame e la corruzione dei funzionari, e resistettero fino a ottenere ciò che spettava loro. Il tutto è documentato nel celebre "Papiro dello sciopero", una testimonianza che dimostra come la rivendicazione dei diritti non sia un'invenzione moderna, ma parte integrante dell'essere umano fin dai tempi antichi.
Da allora, la protesta accompagna la storia dell'uomo come un'ombra fedele. Ovunque e in ogni epoca, gruppi di persone si sono organizzati per opporsi a politiche ingiuste, ideologie oppressive o governi autoritari. Alcune manifestazioni sono rimaste invisibili, altre hanno scosso intere civiltà. Il pensiero corre inevitabilmente alla Rivoluzione francese, figlia dell'Illuminismo e dei suoi ideali di libertà, uguaglianza e fratellanza. Quella che nacque come protesta per il cibo e per condizioni di vita più dignitose si trasformò in un sollevamento popolare capace di cambiare per sempre la storia europea e di ispirare numerosi movimenti successivi.
Nel Novecento, la protesta assume nuove forme. Un esempio potentissimo è la marcia del sale, guidata da Mahatma Gandhi tra il 5 marzo e il 12 aprile 1930. Trecento chilometri a piedi per raccogliere un pugno di sale sulla riva del mare, sfidando il monopolio britannico. Dal punto di vista pratico, la marcia si concluse con l'arresto di Gandhi e senza alcuna concessione immediata da parte del Regno Unito. Eppure, quel gesto apparentemente inutile rappresentò una rivoluzione: dimostrò che era possibile opporsi a un impero senza armi, attraverso la disobbedienza civile.
Marciare per i propri diritti divenne così un ritornello del XX secolo. Lo stesso ritornello che risuonò il 28 agosto 1963, durante la Grande marcia su Washington. Davanti a centinaia di migliaia di persone, Martin Luther King pronunciò il suo celebre "I have a dream", dando voce al desiderio di un'America libera dalla segregazione razziale. L'anno seguente, quel sogno iniziò a diventare realtà con l'approvazione del Civil Rights Act, che pose fine alla discriminazione legale negli Stati Uniti.
La protesta, però, non vive solo nei discorsi che fanno la Storia: spesso diventa cultura. Nello stesso anno della marcia su Washington, Bob Dylan pubblicò "Blowin' in the Wind", una canzone semplice negli accordi ma potentissima nel messaggio. Ancora oggi viene insegnata nelle scuole, a dimostrazione che anche la musica può essere una forma di resistenza e di memoria collettiva.
Duecentomila persone o una soltanto: alla fine, non è il numero a fare la differenza, ma il messaggio. Proprio in questo momento, una ventina di monaci buddisti sta marciando dal Texas verso Washington. Sono partiti il 26 ottobre e arriveranno alla Casa Bianca a febbraio. La loro non è una manifestazione religiosa, ma un appello universale: la pace è in pericolo e il mondo, così come lo conosciamo, si sta sgretolando. Marciando in silenzio, accettando cibo e parole gentili da chi incontrano lungo la strada, dimostrano che la protesta può essere anche ascolto, pazienza e coerenza. Persino un cane randagio, incontrato per caso, ha deciso di seguirli: un'immagine che vale più di mille slogan.
Non serve che una manifestazione sia violenta per essere efficace. Non è necessario rompere vetrine o ferire persone perché un messaggio venga ascoltato. La storia lo dimostra: a volte, ciò che conta davvero è che qualcuno scelga di parlare, di camminare, di resistere. Anche uno solo. Perché, come insegna il passato, anche una singola voce può cambiare tutto.




