La realtà è che siamo davanti a una crisi culturale profonda
di Paolo Scarabeo
Quando ragazzini poco più che adolescenti pestano a sangue un coetaneo in strada, lasciandolo mezzo morto. E quando questo diventa "spettacolo" per un telefonino da mandare in rete.
Quando il linguaggio dei giovani si traduce in violenza fisica. Quando un ragazzo appena diciottenne accoltella a morte un compagno di scuola. Quando un minorenne tenta di incendiare il corpo di un clochard.
Quando un ragazzino di 15 anni si toglie la vita perché oggetto di angherie e insulti e sopraffazione di quelli che sono i suoi compagni di classe.
Quando un marito uccide la moglie con ventitré coltellate, la fa a pezzi, tenta di bruciarne il corpo e la seppellisce.
Quando un uomo ammazza senza motivo un giovane nel parcheggio di una stazione. Quando un uomo sfregia il volto della propria compagna con una lama.
Quando quaranta persone, molte delle quali giovanissime, muoiono per la violazione deliberata delle più elementari norme di sicurezza.
Quando i social diventano una bacheca permanente di odio, rancore, disprezzo.
A quel punto non è più onesto parlare di disagio. E neppure di disagio giovanile.
Il disagio è una crepa, una fragilità, una richiesta di aiuto. Qui siamo oltre. Qui c'è qualcosa di più profondo, di più radicato, di più malato. Un male sociale che attraversa le generazioni, ma che trova nei più giovani il suo specchio più fedele e, spesso, il suo altare sacrificale.
Non è solo violenza: è svalutazione della vita. Non è solo rabbia: è analfabetismo emotivo e morale. Non è solo devianza: è assenza di limite, di responsabilità, di riconoscimento dell'altro. L'altro non è più un volto. È un ostacolo, un bersaglio, un nemico. Il corpo dell'altro diventa oggetto: da colpire, ferire, umiliare, distruggere.
La morte perde peso specifico. Diventa un effetto collaterale, un incidente, una conseguenza secondaria.
Qui non crollano solo relazioni o contesti educativi.
Qui vacilla l'idea stessa di umanesimo: la convinzione che ogni vita abbia valore in quanto vita, prima di qualsiasi ruolo, errore, fallimento. Continuare a spiegare tutto con categorie rassicuranti – disagio, emergenza, caso isolato – significa non voler guardare in faccia la realtà.
La realtà è che siamo davanti a una crisi culturale profonda, che riguarda il linguaggio, i modelli, l'educazione affettiva, il senso del limite, la responsabilità individuale e collettiva.
Non servono proclami. Non servono indignazioni a tempo. Serve riconoscere che ciò che sta emergendo non è un'eccezione, ma un sintomo. E se è vero che ogni epoca è chiamata a ridefinire il proprio sguardo sull'uomo, allora questa epoca è chiamata con urgenza a farlo.
Non per nostalgia del passato, ma per sopravvivenza del futuro.
Serve un nuovo umanesimo. Non come parola d'ordine, ma come scelta concreta: educativa, culturale, politica. Un umanesimo capace di rimettere al centro il volto dell'altro, il limite, la responsabilità, la sacralità della vita. Perché senza questo, continueremo a contare i morti. E a chiamare "disagio" ciò che, ormai, è molto di più.



