Lavoro o morte: la tragedia silenziosa dei numeri
In dieci mesi, 889 persone hanno perso la vita mentre lavoravano. 889 famiglie segnate da un dolore che non si placa. 889 esistenze interrotte, progetti rimasti incompiuti, sogni cancellati. Eppure, troppo spesso, questi dati scorrono in silenzio sulle pagine, senza lasciare traccia nelle coscienze.
Il lavoro dovrebbe essere un luogo di crescita e di realizzazione, uno spazio dove la vita trova senso e dignità. Invece, sempre più spesso, diventa un'arma che uccide. Nei cantieri, nelle fabbriche, nei campi, negli uffici: nessun ambiente sembra più al sicuro, quando scelte guidate dal profitto mettono in secondo piano la protezione delle persone.
Non è questione di fatalità. È questione di responsabilità, di regole trascurate, di controlli deboli, di una cultura della sicurezza che fatica a radicarsi. Serve prevenzione e insieme repressione. Serve affrontare con decisione il fenomeno delle agenzie che rilasciano certificati senza fornire formazione reale ai lavoratori. Serve un impegno collettivo per capire se il progresso economico valga la vita di chi lavora. Ogni morte sul lavoro è una ferita aperta nella società, nelle istituzioni, nelle aziende, in tutti noi.
Il dolore di chi resta, la rabbia dei colleghi, il silenzio delle famiglie non possono essere ignorati. Non bastano numeri o minuti di silenzio. Servono controlli concreti, formazione continua, attenzione costante alla sicurezza, rispetto rigoroso delle regole. Serve trasformare il lavoro in un luogo che protegge la vita, non che la mette a rischio.
Lavorare non deve essere un calcolo di rischio. Lavorare non può significare morire. La misura della dignità del lavoro si vede nella protezione che garantisce, non nei guadagni che produce. Se lo dimentichiamo, tradiamo chi muore oggi e chi lavorerà domani.




