L'ecatombe dimenticata
Non è un'immagine che si dimentica. Un corpo trascinato a riva, davanti a una scuola, sotto gli occhi di ragazzi che fino a un attimo prima stavano seguendo una lezione. A Tropea il mare ha fatto ciò che la narrazione pubblica evita accuratamente: ha reso visibile una tragedia che si preferisce tenere lontana, astratta, senza volto.
Si parla di dispersi come si parlerebbe di merci smarrite. Mille persone svanite durante il ciclone Harry non sono diventate un lutto nazionale, né europeo. Sono rimaste sospese in quella zona grigia dove le vite non contano abbastanza da interrompere il rumore di fondo delle polemiche quotidiane.
Eppure la violenza più insopportabile non è solo quella del mare. È quella delle parole. Nei commenti che trasformano la morte in un calcolo economico, nelle frasi che insinuano che sia stato "meglio così", nell'idea che alcune esistenze pesino meno di altre. Non è più nemmeno rabbia politica: è assuefazione alla perdita, è l'abitudine a considerare normale ciò che normale non può essere.
Mentre si riaprono vecchi casi di cronaca per alimentare talk show e indignazioni a comando, sulle coste calabresi continua ad arrivare la prova concreta di ciò che sta accadendo adesso. Tra Amantea, Paola e Tropea non approdano solo correnti e detriti, ma frammenti di una responsabilità che nessuno vuole nominare.
Quel corpo sulla spiaggia - che non è l'unico, altri sono arrivati più a Nord, tra Amantea e Paola - non è un simbolo e non è una notizia: è una persona che aveva un nome, una lingua, affetti, paure. Ridurla a episodio significa compiere una seconda cancellazione, più sottile ma non meno crudele.
Il rischio più grande non è l'orrore, ma l'indifferenza. L'orrore almeno scuote. L'indifferenza, invece, sedimenta, si normalizza, diventa il filtro attraverso cui tutto passa senza lasciare traccia.
Prima o poi il mare si calma. Quello che resta da capire è se, quando accadrà, saremo ancora in grado di riconoscere la misura di ciò che abbiamo lasciato accadere.



