Meravigliosamente...
di Maria Carmela Mugnano
Fra tutte le grandi opere compiute dall'imperatore Federico II di Svevia, e che ancor oggi testimoniano della sua grandezza, vi è la rete di fortificazione di un vasto tratto della costa adriatica mediante imponenti strutture poste a presidio del territorio contro le incursioni navali nemiche.
Fra queste c'è il Castello Svevo di Termoli, simbolo della Città, che domina il mare dalle mura del borgo antico, ristrutturato e fortificato da Federico nel 1247.
Nel segno dell'importante legame che unisce da sempre Termoli allo Stupor Mundi, il locale Archeoclub "Federico II", in occasione dei cinquant'anni dalla sua fondazione, nella persona del suo Presidente Oscar De Lena, ha donato alla Città il busto in bronzo dell'Imperatore, che è stato collocato al lato del Castello Svevo e inaugurato il 28 marzo scorso alla presenza della cittadinanza e delle Autorità : vivo è l'auspicio della creazione di una "Strada Federiciana" che colleghi Jesi, (dove Federico nacque il 26 dicembre 1194) a Torremaggiore (Castelfiorentino di Puglia, dove morì il 13 dicembre 1250) passando per Termoli.
Qui appresso una mia pagina, scritta in occasione della mia nomina a "Poeta Federiciano 2019" al Castello di Lagopesole (Pz), e dedicata al grande Imperatore e a Jacopo da Lentini, considerato il massimo esponente della Scuola Siciliana alla corte di Federico II.
La narrazione ha ricevuto lo scorso anno anche il Premio della Giuria al Concorso "Cosenza, Città Federiciana".
***
MERAVIGLIOSAMENTE...
Al Castello di Lagopesole, in Basilicata, una delle più importanti residenze di svago e di caccia del grande Federico, in cui amava soggiornare con la sua corte, luogo ricco di incanto, poesia e suggestione...
Come un percorso breve e buio che conduce al cuore, così la porta di accesso al Castello immette in un piccolo atrio ombroso su cui improvvisamente si spalanca luminoso il "cuore" del luogo.
È il grande cortile in pietra, come propaggine naturale delle imponenti, ma armoniose mura bugnate esterne, rese ancor più eleganti da bifore leggiadre che sembrano lanciare sguardi innamorati alla valle di Vitalba, su cui il castello troneggia dall'alto.
Non si possono immaginare pietre più luminose, risplendenti nel loro rilievo di gemme incastonate nel gioiello quadrangolare, che all' interno hanno i toni caldi e conviviali del luogo più intimo, quello del cuore, appunto... pietre che avvolgono e accarezzano lo sguardo tutto intorno, ovunque si posi.
E mentre ci si ristora in tanta pace e lineare bellezza, ci viene svelata l'anima del luogo, una voce che sussurra che lì sotto i nostri occhi, meravigliosamente, possiamo veder realizzato quel che sembrava irrealizzabile, il felice connubio tra le esigenze logistiche di sicurezza poderosa e l'armonia e l'eleganza, la cifra con cui Federico II ha dato vita a questo e ad altri Castelli.
Perché anche scopi bellici e difensivi, oltre che ludici, possono realizzarsi strutturalmente e architettonicamente nel segno della bellezza.
Un imperatore, Federico, che anticipa con la sua apertura e la sua corte, i fasti del Rinascimento, ma in una visione di mecenatismo più profonda e coinvolgente. Non solo da imperatore, ma da uomo e studioso di vasta e capillare cultura e ingegno che è in grado di dare, col supporto di scienziati, matematici, architetti, ma anche astronomi, astrologi, cabalisti... una personale impronta alle sue costruzioni.
Perché i campi del sapere si intersecano, si abbracciano, si uniscono, come si univano le razze, le religioni, i diversi modelli di vita e di pensiero che il giovane Federico era abituato a conoscere e ad accogliere fin dalla prima sua infanzia, non certo aristocratica come conviene a un futuro imperatore, ma libera, giocosa, tra le strade di quella Palermo dove si incontrava e si ascoltava il popolo, gente di ogni razza. Un grande insegnamento, molto moderno, quello di circondarsi del saraceno e del normanno, del bianco e del nero, del cristiano e dell'ebreo... e cogliere il valore delle diversità.
I suoi castelli bisogna perciò leggerli come grandi libri aperti di scienza e di sapienza, di conoscenze e formule terrene ed extra terrene... ed è la pietra che fa da interprete.
E l'amore per la Poesia aleggia su tutta la sua immensa costruzione, poeta lui stesso, circondato dai migliori rappresentanti poetici del suo tempo. Anch'essi, però, uomini che non vivevano in un mondo elitario e distaccato, ma funzionari del Regno di Sicilia, come Jacopo da Lentini, "notaro" della Magna Curia e inventore del sonetto, il più importante di quei poeti della Scuola Siciliana la cui denominazione si fa risalire a Dante che considera Federico il padre della poesia italiana. Questi poeti-funzionari, con le loro liriche, hanno meravigliosamente segnato un importante passaggio nella storia della nostra letteratura, una pietra miliare con nuovi canoni linguistici e stilistici, se si pensa che a quell'epoca la lingua ufficiale era ancora il latino, e la lingua italiana si stava facendo strada nei vari dialetti. Uomini che sperimentavano nella vita reale l'amore per la natura, così cara al loro signore, e le gioie, le ansie, i rifiuti, gli abbandoni dell'amor cortese.
"... E in verità quegli uomini grandi e illuminati, Federico Cesare e il suo degno figlio Manfredi, seppero esprimere tutta la nobiltà e la dirittura del loro spirito, e finchè la fortuna lo permise, si comportarono da veri uomini sdegnando di vivere da bestie. Ed è per questo che quanti avevano in sé nobiltà di cuore e ricchezza di doni divini si sforzarono di rimanere a contatto con la maestà di quei grandi principi, cosicchè tutto ciò che a quel tempo producevano gli Italiani più nobili d'animo vedeva dapprima la luce nella reggia di quei sovrani così insigni; e poiché sede del trono regale era la Sicilia, ne è venuto che tutto quanto i nostri predecessori hanno prodotto in volgare si chiama siciliano..." (Dante, De Vulgari Eloquentia, libro I)
Ed ecco che, alzando gli occhi alle finestre che si affacciano sul cortile, sembra quasi di vedere dietro ai vetri il poeta-notaro, giunto ospite alla corte del Castello, svegliato di buon ora dallo scalpitìo dei cavalli frementi per l'uscita mattutina, dai richiami dei falconieri, e dal trambusto che ha preceduto l'uscita dell'Imperatore per la battuta di caccia. Ma verso sera il cortile si riempirà dell'affannarsi dei servitori e dei fumi delle cucine, messe all'opera per il pasto regale dell'Imperatore e dei suoi cavalieri al ritorno.
E Jacopo sa che alla fine della giornata il suo signore lo riceverà nella sala dove Federico gli declamerà una delle poesie dedicate al grande amore della sua vita, Bianca Lancia, madre di Manfredi, il figlio prediletto :
"Poi ch'a voi piace amore/ che eo degia trovare.../ lo vostro bello viso/ che m'à d'amore priso.../Allora ch'io vi vidi primamente/ mantenente- fui in vostro podere/ che altra donna mai non voglio avere."
E l'Imperatore sarà felice di ascoltare le poesie di Jacopo, in particolare quella dedicata alla donna amata a cui il poeta-notaro non ha il coraggio di manifestarsi e per la quale soffre in silenzio. Sarà quella canzonetta a raggiungerla come messaggera del suo amore :
Meravigliosamente/ un amor mi distringe/ e mi tene ad ogn'ora... /Canzonetta novella,/ va' canta nova cosa; /levati da maitino / davanti alla più bella,/ fiore d'ogni amorosa.../"Lo vostro amor, ch'è caro, /donatelo al Notaro/ ch'è nato da Lentino".
Meravigliosamente, appunto.




