Milano-Cortina come Torino 2006 e Italia ’90: il ciclo infinito degli sprechi italiani
Manca pochissimo ormai alle Olimpiadi invernali. L'Italia se le era aggiudicate nel 2019 con un dossier di candidatura ispirato ai principi di sostenibilità economica e ambientale. Le avevano ribattezzate Olimpiadi a costo zero. Il 90% degli impianti era già esistente per cui bastavano pochi soldi per risistemarli. Com'è andata alla fine? Dopo l'analisi di alcuni dati, sembrerebbe che in sei anni il valore delle opere possa aver superato i 5,7 miliardi di euro e che molte di esse potrebbero essere completate dopo i Giochi, anche a distanza di anni.
di Mario Garofalo
In Italia esiste una tradizione radicata: i progetti pubblici vengono presentati come miracoli moderni, destinati a generare ricchezza, efficienza e prestigio. Ogni volta si annuncia una spesa contenuta, finanziamenti privati generosi e gestione impeccabile. Poi, al momento di tirare le somme, appare un quadro assai diverso da quello raccontato inizialmente.
La storia recente offre paragoni eloquenti. Torino 2006 venne salutata come esempio di rigore finanziario; oggi trascina ancora costi che gravano sulle casse collettive. L'Expo di Milano 2015 nacque con la promessa di rigenerare il territorio senza eccessi; alla fine l'evento produsse un fiume di opere temporanee e un'eredità contabile chiusa con interventi pesanti da parte dello Stato. Perfino Italia '90, celebrata come vetrina globale, lasciò stadi sovradimensionati, impianti inutilizzati e un debito che rimase sulle spalle pubbliche per decenni.
Il meccanismo si ripete: stime iniziali prudenti, previsioni ottimistiche, accordi presentati come virtuosi. Poi la realtà svela una dinamica già vista: infrastrutture da rifare, tempistiche troppo brevi, materiali difficili da reperire, contenziosi infiniti, varianti che si moltiplicano come erbe spontanee. Ogni volta si invocano emergenze, urgenze, decreti speciali, creando spazi opachi in cui controlli e responsabilità diventano più deboli.
Questo schema produce un effetto geografico preciso: le regioni già forti ottengono investimenti enormi; altre aree del Paese restano a guardare, contribuendo con le proprie tasse allo sviluppo altrui. La storia unitaria italiana offre paralleli chiari: dal risanamento dell'area milanese nel secondo dopoguerra alle grandi infrastrutture ferroviarie concentrate al Nord negli anni Ottanta, si rafforza un divario strutturale che attraversa i decenni e rende difficile parlare di equità nazionale.
Il punto centrale è evidente: il Paese continua a finanziare ambizioni presentate come patrimonio di tutti, mentre i vantaggi ricadono su gruppi ristretti o territori già privilegiati. Questo processo alimenta sfiducia, squilibri e un senso diffuso di distanza tra cittadini e istituzioni.
L'Italia possiede energie straordinarie, un capitale umano vasto, territori di pregio, competenze che potrebbero generare sviluppo autentico. Occorre, però, un cambio radicale: trasparenza totale nei conti, valutazioni indipendenti, piani realistici, scelte coraggiose che guardino all'interesse collettivo. Ogni generazione merita un destino diverso da quello di ereditare debiti prodotti da eventi raccontati come grandi conquiste e trasformati, alla fine, in pesi destinati a durare per anni.




