Molise, il silenzio che crolla con la pioggia

09.04.2026

di Paolo Scarabeo

Ci sono luoghi che non si spiegano: si riconoscono. Il Molise, per me, è questo. Non una regione da descrivere, ma una presenza che torna, ogni volta, anche quando sembra lontana.

In questi giorni ci sono tornato, il lavoro, infatti, mi impone di vivere altrove. Strade familiari, paesi sospesi, silenzi che non sono mai vuoti. E mentre io lo ritrovavo, qualcuno iniziava appena a scoprirlo: i miei alunni. Mi hanno scritto, uno dopo l'altro. Non per curiosità geografica, ma per capire. Avevano sentito parlare di piogge, di danni, di paura. Qualcuno ha trascorso tutta la notte del 7 aprile fermo in autostrada, nel tratto interessato dalla frana.

E allora ho capito che non bastava raccontare "cosa è successo". Bisognava dire perché. Perché quello che sta accadendo non è una sorpresa. È una storia lunga, fatta di rinunce, ritardi, dimenticanze.

Quando l'acqua arriva, non inventa nulla. Porta solo alla luce ciò che già c'era: fragilità ignorate, equilibri trascurati, promesse rimaste tali. Il territorio non cede all'improvviso. Si arrende lentamente, anno dopo anno, nell'indifferenza generale.

E ci sono immagini che più di tutte raccontano questa resa.

Ponti appena ristrutturati che si sgretolano sotto la pioggia, come biscotti nel latte caldo. Opere nuove solo sulla carta, fragili nella sostanza. Simboli perfetti di un'idea di cura che si ferma alla superficie. Un paese che frana... ma quella frana, tra le più grandi d'Europa, è attiva da oltre un secolo e spacca l'Italia in due.

Si parla di emergenza, come sempre. È una parola comoda, un grande tappeto che nasconde la polvere. Assolve tutti e non spiega niente. Ma qui non c'è nulla di improvviso. C'è una normalità costruita male.

Un territorio delicato, lasciato senza protezione. Una cura mai diventata priorità. La convinzione, mai dichiarata ma sempre presente, che tanto certe cose accadono altrove. Fino a quando non accadono qui. E allora tutto diventa urgente. Tutto diventa visibile.

Troppo tardi.

Il punto non è la pioggia. Non lo è mai stato. Il punto è ciò che non è stato fatto quando il cielo era sereno. E mentre scorrono immagini di fango e strade interrotte, io penso ai nomi, non ai titoli. Alle persone, non ai dati. A chi resta, a chi resiste, a chi continua a vivere in una terra che chiede solo di non essere dimenticata.

Il Molise non ha bisogno di essere raccontato solo quando soffre. Ha bisogno di essere pensato prima. Perché la vera domanda non è cosa fare adesso. È perché non è stato fatto prima.

E dentro questa domanda c'è tutto: la responsabilità, la politica, la cultura, il modo in cui scegliamo - o non scegliamo - di prenderci cura dei luoghi, la possibilità o impossibilità di continuare ad abitare certi luoghi sempre più difficili, sempre più indeboliti, privati di servizi, anche essenziali.

Io, oggi, non riesco a guardarlo senza sentire qualcosa che brucia. Non è solo tristezza. È qualcosa di più netto, più esigente. Mi sono tornate in mente le immagini che guardavo attonito da Roma, giovane studente, mentre in TV mostravano la tragedia di San Giuliano, dove un terremoto fece crollare l'unica cosa che doveva rimanere in piedi: una scuola piena di bambini!

È la sensazione che questa terra sia stata lasciata indietro troppe volte. E che continuare a chiamarla fatalità sia l'errore più grande. Perché il Molise non è una periferia del destino. È una promessa che abbiamo smesso di mantenere.

©Produzione riservata

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