"Oltre il disagio". Uscito il numero 6 della Rivista Scialla
L'iniziativa editoriale dell'Associazione Culturale prosegue con dedizione, sempre "in punta di piedi nel mondo dei giovani... dalla parte dei giovani".
C'è una parola che ci accompagna da anni come una carezza stanca: disagio. La pronunciamo quando non sappiamo più che dire. La usiamo per spiegare senza spiegare, per nominare senza assumere, per restare a distanza di sicurezza da ciò che fa paura. Disagio giovanile è diventata una formula educata, quasi rassicurante: dice che qualcosa non va, ma evita accuratamente di chiedersi perché, come, per responsabilità di chi.
Il numero 6 di Scialla, la Rivista di Attualità dell'Associazione Culturale "don Milani", nasce da un rifiuto netto: continuare a chiamare tutto "disagio" significa rinunciare a capire. E rinunciare a capire, oggi, non è neutrale. È una forma di complicità.
Le violenze che attraversano le cronache, le scuole, le famiglie, le strade e gli spazi digitali non sono episodi isolati, né improvvise deviazioni di un sistema sano. Sono segnali. Sintomi di un male sociale più profondo, che riguarda il linguaggio, le relazioni, l'idea stessa di essere umani insieme. Un male che non si lascia anestetizzare da parole gentili.
Dire oltre il disagio non significa negare la sofferenza, né tantomeno colpevolizzare. Significa fare un passo avanti: smettere di guardare i fenomeni da lontano e accettare il conflitto che la comprensione comporta. Perché capire non consola, ma chiama in causa. Nomina cause, apre domande scomode, distribuisce responsabilità.
Questo numero monografico prova a farlo attraversando territori diversi ma intrecciati: la cronaca, letta non come spettacolo ma come domanda; il linguaggio, che spesso ferisce prima ancora dei pugni; i social media, dove la rabbia viene premiata e la complessità penalizzata; i giovani, non solo vittime ma anche attori dentro un contesto adulto fragile o assente; l'educazione, chiamata a riscoprire il limite come forma di cura; le emozioni, sentite con intensità ma spesso senza alfabetizzazione; il corpo, ridotto a oggetto quando l'altro smette di essere un volto; il maschile, ferito e spesso incapace di stare nella relazione senza dominio; la responsabilità adulta, troppo spesso silenziosa o delegante; fino alla domanda più radicale: che cos'è oggi l'umano?
Il filo che tiene insieme questi contributi è uno solo, ed è fragile quanto decisivo: la relazione.
La violenza, in tutte le sue forme, inizia quando l'altro smette di essere un volto e diventa una cosa, un ostacolo, un bersaglio, un algoritmo. Quando il linguaggio perde peso, il corpo perde sacralità, il limite diventa un nemico e non una soglia.
Scialla non offre soluzioni facili né ricette salvifiche. Questo numero non consola, non assolve, non semplifica. Ma prova a fare qualcosa di più raro: restituire complessità senza cinismo, chiedere responsabilità senza moralismo, immaginare un nuovo umanesimo senza nostalgia.
La chiusura di questo percorso non è una conclusione, ma un'apertura: un manifesto di scelte quotidiane, piccole e concrete, per restare umani dentro un tempo che spinge verso la barbarie gentile, quella che non urla ma consuma.
Chiamare le cose con il loro nome è il primo gesto di cura. Questo numero di Scialla nasce da qui. E da qui invita a ripartire.
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