Parmenide di Elea e l'unità di tutte le cose

26.03.2022

di Egidio Cappello

Parmenide visse nello stesso periodo dei maestri di Mileto. Fu attratto allo stesso modo dalla totalità del cosmo, ne colse un intimo ordine e ne cercò l'origine, consapevole che oltre le cose apparenti e visibili, ci fosse un piano razionale, la verità, in cui ad ogni cosa sono assegnati il posto giusto e il ruolo giusto. Come Talete, Anassimandro ed Anassimene, come Eraclito, Parmenide cerca il fondamento unitario di tutte le cose, fisiche e spirituali, sicuro di individuare lo stesso fondamento nei due mondi apparentemente diversi. Il mondo logico è lo stesso mondo delle cose materiali, sì che Parmenide può asserire che "la stessa cosa è il pensare e l'essere".

Questo vuol dire che le leggi che dominano il pensare sono le stesse che dominano il corso delle cose. Il pensare è cammino verso il Logos, verso il ragionamento unitario e progressivo, verso la visione totale del tutto, così la realtà che nell'opinione è divisa e frastagliata, mentre nella dimensione della ragione è unitaria, omogenea, perfetta e immobile. La verità è nella uguaglianza tra il pensiero e la realtà fisica.Infinite letture del frammento citato ne hanno forse, nella storia, disperso il significato autentico.

Credo che Parmenide abbia inteso affermare la forza della ragione: è la ragione che dà il carattere della verità alle cose e alle osservazioni, è la ragione che unisce le nozioni, liberandole da ogni particolarità e da ogni individualità, è la ragione che eleva i pensieri alla dimensione dello spirito e rende vera ogni acquisizione della mente umana. Notevole l'idea che è la ragione a identificare come vera una nozione. La verità non può essere il frutto di conoscenze sensoriali, non può essere il frutto di ideologie della persona singola, non può dipendere dal potere di chi comunica, ma è figlia della ragione, che, sola, può cogliere l'oggettività di una idea, il valore di una idea, il senso autentico di una idea. E la comunicazione è lo stesso coinvolta nel rapporto tra l'essere e il pensiero, in quanto essa deve riprodurre, con il proprio vocabolario, l'esatta corrispondenza tra il pensare e le parole.

Sembra che Parmenide voglia additare la sconcezza di una comunicazione di cose non vere, non reali, finalizzate a creare sconcerto e rovina. L'ottica entro cui si muove lo sguardo di Parmenide, è l'unità di tutte le cose, unità assicurata dalla ragione, dal Logos, che è la forza prorompente con cui l'uomo coglie, con un sol colpo d'occhio, l'intera realtà nella sua consistenza ontologica. Il titolo della sua opera è ancora perì fuseos, (sulla natura), ma noi abbiamo capito il senso della natura. Parmenide è accompagnato, nella sua ricerca, dalla divinità: è una dea che gli prospetta la verità, unica, unitaria, oggettiva, e gli indica le vie da intraprendere per appropriarsidi essa e conseguire una perfetta conoscenza delle leggi del tutto.

È una dea che lo accompagna nei meandri delle sue conoscenze sensoriali e logiche e gli mostra come le prime siano per lo più carenti e fallaci e come invece le seconde, quelle proprie della ragione, siano idonee a cogliere la verità oggettiva di quanto lo circonda. Il ricorso all'immagine di una dea che lo accompagna è certo la consapevolezza, da parte del filosofo, che quanto riferisce è un sapere autorevole, stabile, non soggetto alle fluttuazioni del tempo e del luogo. Parmenide indica la sua autorevole idea, la sua verità, che non è una realtà fisica con eccezionali qualità, da cui derivare le leggi del mondo, ma il fondamento logico che rende reali e vere le cose del mondo e le unisce in composizioni cosmiche regolate dalle leggi dell'armonia proprie della logicità.

Il pensiero è la verità, quello che si distingue dalle conoscenze sensoriali, quello che non trasmette punti di vista dei soggetti, che non è succubo dei fumi della temporalità, quello che ha i caratteri della stabilità, dell'ordine, della universale oggettività. E la realtà non si distingue dal pensiero, in quanto ha le stesse leggi, così la storia umana, che appare divisa e contrastante, ma appare, agli occhi della ragione, unificata e concorde. Ecco l'archè, ecco il fondamento che fornisce la stessa origine e la stessa destinazione a tutte le cose del mondo. Questo fondamento è costitutivo della ragione, non è generato dalla ragione, non si corrompe, è atemporale, è indivisibile, è finito nel senso di perfetto. La ragione dell'uomo è divina e divine sono tutte le sue qualità, eterne e immobili nel senso che non subiscono la forza dei tempi.

Platone definì Parmenide "venerando e terribile" vedendo in lui il profeta delle idee che non si distruggono, delle idee che guardano facilmente la verità delle cose, delle idee che costruiscono la realtà storica e la uniscono in composizioni sempre progressive, delle idee che non subiscono alcun movimento e alcun mutamento. Non possiamo non pensare al mondo dell'Iperuranio platonico ove sono le idee che non si decompongono e non muoiono neanche quando cadono, per avventura, nella ragione e nel corpo umani. Non abbiamo parlato di "ciò che non è", perché abbiamo seguito l'insegnamento di Parmenide: ciò che non è, egli dice, è contrario alla verità, non trova alcuna collocazione nella ragione umana e non è degno di alcuna attenzione. 

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