Piano Operativo Sanitario 2026-2028: un disastro annunciato
Stavolta i Commissari sono riusciti a superarsi in peggio...ed era davvero difficile
di Paolo Scarabeo
Il Piano Operativo Sanitario 2026–2028, appena depositato, somiglia più a un verbale di resa che a un progetto di rilancio. Nessuna visione strategica, nessuna scelta capace di invertire la rotta. Solo una lunga sequenza di rinvii, formule burocratiche e obiettivi generici che, tradotti nella realtà dei territori, significano una cosa sola: servizi più lontani e comunità più fragili.
I Commissari straordinari Bonamico e Di Giacomo firmano un documento che appare come l'ultimo tassello di un percorso portato avanti da anni con ostinazione: il progressivo smantellamento della sanità pubblica nelle aree interne. Non un arretramento episodico, ma una linea perseguita con costanza, nonostante le proteste dei territori, le prese di posizione dei Sindaci e le evidenti difficoltà di comunità sempre più isolate. Oggi quel disegno trova una formalizzazione che rischia di diventare definitiva.
Il passaggio della continuità assistenziale da 30 a 45 minuti è il simbolo più evidente di questa linea. Non è un tecnicismo organizzativo: significa che il medico sarà più lontano, che i tempi di intervento si allungano, che interi territori restano scoperti nelle ore più delicate. Era l'allarme lanciato dai Sindaci quando si opposero al DCA n. 9. Oggi quel timore trova conferma ufficiale.
Nel frattempo gli ospedali periferici perdono ruolo e funzioni. Il Caracciolo viene ulteriormente ridimensionato, Isernia resta senza una prospettiva definita, Termoli vive una fase di incertezza che non lascia intravedere investimenti strutturali. Si parla di equità territoriale mentre la rete dei servizi si restringe proprio dove la distanza geografica pesa di più.
Il metodo è sempre lo stesso: quando gli standard non sono raggiungibili, si modificano. Si abbassa l'asticella e si ridefiniscono i parametri, trasformando un problema strutturale in una questione formale. Così l'emergenza diventa gestione ordinaria e il depotenziamento viene presentato come riorganizzazione.
Ancora più significativo è ciò che il Piano rinvia. Le decisioni cruciali vengono demandate a futuri decreti commissariali, perpetuando un modello basato su atti calati dall'alto, senza un confronto reale con amministratori locali e comunità. Il risultato è un futuro sospeso, affidato a provvedimenti successivi che potrebbero incidere ancora più duramente sull'assetto sanitario regionale.
I Sindaci delle aree interne hanno approvato all'unanimità una serie di emendamenti che ora rappresentano l'unico tentativo concreto di correggere una traiettoria giudicata insostenibile. Non una presa di posizione simbolica, ma la richiesta di riportare al centro il diritto alla salute nei territori montani e periferici.
La posta in gioco va oltre l'organizzazione sanitaria. Senza servizi essenziali, i piccoli comuni perdono attrattività, popolazione, prospettive economiche. La sanità è il primo presidio di cittadinanza: quando arretra, arretra tutto il resto.
Il POS 2026–2028, così com'è, rischia di diventare il documento che sancisce definitivamente il declino delle aree interne molisane. Non per una scelta dichiarata, ma per una sequenza di omissioni, rinvii e riduzioni progressive.
Ora la responsabilità passa alla politica regionale e nazionale, alle forze sociali, alle rappresentanze civiche. È il momento che la politica regionale si assuma finalmente le proprie responsabilità e ci metta davvero la faccia, uscendo dall'ambiguità e dal silenzio che hanno accompagnato finora questo processo. Restare in silenzio significherebbe accettare che una parte del territorio venga accompagnata lentamente verso l'irrilevanza.
La questione non riguarda solo il Molise. Riguarda il principio stesso di uguaglianza nell'accesso alle cure.
E su questo principio non possono esistere territori sacrificabili.




