Quando il gioco diventa colpa
di Modestino Mari
Quarantacinquemila euro di condanna per il "disturbo alla quiete pubblica" causato da bambini che giocano in un oratorio. Non in una discoteca abusiva, non in un cantiere fuori controllo, ma in un luogo educativo. È successo a Palermo. Ed è una notizia che dovrebbe farci vergognare prima ancora che indignare.
Perché qui non c'è solo una sentenza: c'è una fotografia impietosa della società che stiamo costruendo.
In quartieri dove l'alternativa concreta, quotidiana, per molti ragazzi è la strada, la manovalanza gratuita della malavita, l'arruolamento precoce nell'illegalità, l'oratorio rappresenta spesso l'unico spazio gratuito, accessibile, umano. Un luogo dove non si compra nulla, non si consuma nulla, non si è clienti ma persone. Un luogo imperfetto, rumoroso, vivo.
E proprio quel rumore — voci, risate, palloni che rimbalzano, litigi che finiscono in pace — viene oggi trattato come un fastidio da risarcire economicamente.
Qui sta il punto: abbiamo deciso che il silenzio vale più dell'infanzia.
Il gioco non è un effetto collaterale dell'educazione. È educazione. È apprendimento delle regole, gestione del conflitto, scoperta del limite, costruzione della relazione. È prevenzione, non teoria sociologica. Prevenzione vera: quella che non fa notizia perché evita che qualcosa accada.
Condannare un oratorio significa affermare, implicitamente, che è preferibile un quartiere muto a un quartiere abitato da bambini. Che è meglio una strada silenziosa che una comunità viva. Che il disagio si gestisce togliendolo dalla vista — e dall'udito — invece che affrontarlo.
Poi, però, ci si mostra sorpresi quando i ragazzi si pestano per strada, quando la violenza esplode a scuola, quando un coltello diventa linguaggio. Come se tutto questo nascesse dal nulla, come se non avessimo prima espulso ogni spazio di contenimento, di accompagnamento, di crescita.
Non è ipocrisia. È peggio: è miopia sociale.
Chi si lamenta del rumore dei bambini spesso invoca il "diritto al riposo". Un diritto sacrosanto. Ma ogni diritto, se isolato dal contesto, diventa un'arma. Qui il contesto dice che stiamo parlando di minori, di educazione, di territori fragili. E allora la domanda non è giuridica, è morale e politica: che tipo di città vogliamo essere?
Una città che tutela solo il comfort di chi può permetterselo, o una città che accetta un minimo di disturbo pur di non perdere i suoi ragazzi?
Perché il prezzo vero non sono i 45mila euro. Il prezzo vero lo pagheremo quando quei bambini, cacciati dal gioco, troveranno altrove appartenenza, regole, identità. E non sarà un oratorio a offrirgliele.
Se arriviamo a punire il gioco, significa che abbiamo già superato il limite della decenza civile. E quando una società considera il rumore dei bambini più intollerabile del silenzio educativo, non sta difendendo la quiete: sta preparando il deserto.




