Quando la guerra torna linguaggio della politica

05.03.2026

di Paolo Scarabeo

Quando un rappresentante delle istituzioni parla, non parla mai soltanto a nome proprio. Le sue parole costruiscono visioni, orientano coscienze, plasmano il modo in cui una nazione – e talvolta il mondo intero – immagina il proprio futuro. Per questo ascoltare il discorso di Pete Hegseth, Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, non può lasciare indifferenti.

Non è solo questione di contenuti, ma di lessico. Distruzione. Morte. Uccisione. Dominio. Termini che in altre stagioni storiche venivano pronunciati con pudore, talvolta con dolore, oggi sembrano rivendicati come emblemi identitari. La "letalità" non è più una tragica eventualità da scongiurare, ma diventa valore, cifra di efficienza, misura della forza di una nazione.

C'è qualcosa di profondamente inquietante in questo scarto linguistico. Le parole non sono mai neutre: precedono i fatti, li preparano, li rendono accettabili. Quando il vocabolario della politica si impoverisce fino a ridursi a muscoli e minacce, significa che la diplomazia è stata relegata a debolezza, la mediazione a ingenuità, la pace a illusione.

La storia, del resto, è una maestra severa. Nel Novecento abbiamo visto dove conduce l'esaltazione della forza come unico principio regolatore dei rapporti tra Stati. Le grandi tragedie europee, le guerre mondiali, le ideologie totalitarie: tutto è nato anche da una retorica che celebrava la potenza, che trasformava l'altro in nemico assoluto, che riduceva la complessità del mondo a uno scontro binario tra chi domina e chi deve essere dominato.

Eppure sembravamo aver imparato qualcosa. Dopo il 1945, la costruzione di un ordine internazionale fondato su organismi multilaterali, su alleanze difensive, su trattati e negoziati, era stata una risposta proprio a quell'abisso. Non un mondo perfetto, certo, ma un tentativo di porre argini alla barbarie. La forza restava, ma come extrema ratio, non come primo linguaggio.

Oggi, invece, assistiamo a un ritorno preoccupante di una retorica primitiva. Non si parla di equilibrio, ma di supremazia. Non di sicurezza condivisa, ma di annientamento dell'avversario. È una narrazione che affascina perché semplice: divide il mondo in buoni e cattivi, in vincitori e sconfitti. Offre l'illusione della chiarezza in un'epoca complessa e incerta.

Ma a quale prezzo?

L'esaltazione della guerra come destino inevitabile rischia di diventare una profezia che si autoavvera. Se si abitua l'opinione pubblica a considerare la violenza come soluzione naturale dei conflitti, si abbassa la soglia morale che frena le escalation. Si anestetizza la coscienza collettiva. Si trasforma l'orrore in normalità.

Non si tratta di ingenuità pacifista. Gli Stati hanno il dovere di difendere i propri cittadini. Esistono minacce reali, regimi aggressivi, attori che non rispettano le regole del diritto internazionale. Ma una cosa è riconoscere la necessità della difesa; altra cosa è fare della distruzione un orizzonte culturale.

La vera forza di una democrazia non sta soltanto nella potenza del suo esercito, ma nella qualità delle sue istituzioni, nella credibilità delle sue alleanze, nella capacità di guidare senza schiacciare. Quando il linguaggio si fa brutale, quando la "letalità" diventa bandiera, si rischia di tradire proprio quei valori che si dice di voler proteggere.

La domanda allora non è solo politica, ma etica: quale immaginario stiamo consegnando alle nuove generazioni? Un mondo governato dalla paura e dalla minaccia permanente? O uno spazio fragile ma possibile, in cui il conflitto si affronta senza glorificarlo?

Ogni epoca ha le sue tentazioni. La nostra sembra essere quella di credere che la complessità si risolva con la forza. Ma la forza, da sola, non costruisce futuro: impone silenzi temporanei, crea equilibri instabili, genera rancori destinati a riemergere.

Forse il vero coraggio, oggi, non è alzare la voce parlando di morte. È trovare parole nuove per dire sicurezza senza disumanizzare, difesa senza idolatrare la guerra, potenza senza perdere l'anima.

Perché quando la retorica della morte torna a occupare il centro della scena, il baratro non è mai lontano.

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