QuintaPagina sceglie la pace e dice il suo no convinto alla guerra, senza ambiguità

06.03.2026

di Paolo Scarabeo, direttore

Non siamo nuovi a questa iniziativa. Lo abbiamo fatto quando l'Europa è tornata a sentire il rumore delle bombe con l'invasione dell'Ucraina. Lo abbiamo fatto davanti alla devastazione e al dolore del genocidio che continuano a consumarsi a Gaza.

Lo facciamo di nuovo.

Da oggi la testata di QuintaPagina si colorerà, a tempo indeterminato, con i colori della bandiera della pace. Non è un gesto grafico. Non è una scelta estetica. È una presa di posizione.

Viviamo un tempo in cui la guerra torna a presentarsi come una risposta possibile. Non più come l'ultima, drammatica ratio, ma come una delle opzioni sul tavolo. I linguaggi della politica si sono fatti più duri, più rapidi, più semplificati. Le parole "sicurezza", "difesa", "deterrenza" occupano lo spazio che un tempo apparteneva alla diplomazia, alla mediazione, alla pazienza della costruzione politica.

Eppure la storia dovrebbe averci insegnato qualcosa. La violenza non risolve i conflitti: li prolunga. Le armi non curano le ferite della storia: ne aprono di nuove. Le vittorie militari non coincidono quasi mai con la giustizia.

Non siamo ingenui. Sappiamo che il mondo è complesso. Sappiamo che esistono aggressioni, interessi geopolitici, tensioni economiche, rivalità antiche e nuove. Non crediamo alle semplificazioni facili né alle paci proclamate con uno slogan.

Ma proprio perché il mondo è complesso, siamo convinti che la violenza non possa essere la scorciatoia con cui si pensa di risolverlo.

La guerra produce distruzione visibile - città distrutte, vite spezzate, famiglie disperse - ma anche una devastazione più lenta e silenziosa: quella della fiducia tra i popoli, della possibilità di immaginare un futuro comune. Ogni conflitto che si accende lascia dietro di sé generazioni ferite, memorie avvelenate, nuove ragioni di odio.

Per questo diciamo con chiarezza il nostro no alla guerra. Non è un rifiuto ideologico. È una scelta civile.

È la convinzione che la politica, se vuole meritare ancora questo nome, debba tornare a essere l'arte difficile della composizione dei conflitti, non la loro amplificazione.

Oggi, troppo spesso, assistiamo al contrario: una politica che rincorre la logica dello scontro, che semplifica i problemi fino a ridurli a schieramenti contrapposti, che smarrisce il linguaggio della mediazione e della concordia.

È una deriva pericolosa.

Gridare il bisogno di pace non significa ignorare la realtà. Significa chiedere con forza che si torni a percorrere le strade più difficili: quelle del dialogo, della diplomazia, del diritto internazionale, delle istituzioni multilaterali. Strade lente, imperfette, spesso frustranti — ma infinitamente più umane della guerra.

Per questo QuintaPagina sceglie di colorare la propria testata con la bandiera della pace.

È un segno semplice, forse piccolo. Ma i segni contano. Servono a ricordare da che parte si sta quando il rumore delle armi rischia di coprire tutto il resto.

Noi stiamo da quella parte. Dalla parte di chi crede che al male non si risponda con altro male. Dalla parte di chi pensa che la violenza non sia destino. Dalla parte di chi continua a credere - ostinatamente - che la pace non sia un'utopia, ma una responsabilità.

E che valga sempre la pena dirlo. A voce alta. Anche quando sembra che nessuno abbia più voglia di ascoltare.

©Produzione riservata

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