Salvatore Lala – La pittura del quotidiano

13.04.2021

di Rocco Zani

Ho sfiorato Salvatore Lala nelle riunioni di redazione al giornale. E ricordo ancora la sua voce determinata nelle cene "carbonare" prestate ad un tempo finalmente affrancato dalle consuetudini del quotidiano. In ognuno di questi luoghi sopravviveva una dimensione di legittima professionalità. Non c'è mai stato, in altri termini, distacco alcuno tra le dimensioni (talvolta dissonanti) del nostro andare. In verità affioravano in lui, come brevi intervalli, sensibilità celate, mai occasionali, come se avesse custodito a lungo, in uno spazio a noi sconosciuto - direi in un sottofondo sordo - un repertorio di intime "propensioni artistiche". Ma tutto sembrava rifarsi - o ritagliato - a quel suo ruolo di "creatore" di immagini e idee che da anni lo accompagna - come sillabario incessante - nel proprio lavoro. Le idee di Salvatore Lala si affacciano su tracce capillari, appena percettibili; su impensabili repertori cromatici; sull'ascolto repentino di dialoghi che altri hanno già archiviato. Il suo è un lavoro di lettura colta tra le pieghe del presente. E da questa memoria recente - destabilizzata di continuo - nascono nuovi suggerimenti, inediti registri di linguaggio.
Ma c'è un'altra memoria. Che sembra riaffiorare di colpo per sparigliare forse giudizi già collaudati. E che spinge il sottoscritto - ma questo è davvero l'ultimo dato della storia - dopo anni di ozioso e salutare silenzio a riaprire una breve finestra di scrittura. Per amicizia, certo. O meglio ancora per quella curiosità sotterranea che rivive puntualmente dinanzi ad un nuovo racconto. E il racconto - sorprendente - è quello che ci offre Salvatore Lala pittore, ovvero quell'alter ego epifanico che apre a noi una memoria finora camuffata, custodita quasi come segreto invalicabile, eppure colma di straordinari avvertimenti.
Salvatore Lala pittore, dunque. Non già quale sperimentatore rigoroso di inediti percorsi piegati alla sua disciplina di creatore, bensì quale artista a tutto tondo che nella dinamica dello spazio e della forma recupera in pieno la sua primordiale sostanza. E attore di un racconto in cui ogni capitolo pare colmarsi di immagini struggenti e dilatate, prive di artifici rassicuranti, di cedimenti cromatici, di devianze retiniche. Come a dire che mai come ora - mai come in questo tempo - il re è nudo. Eppure invisibile per chi vuole semplicemente guardare. I suoi paesaggi e le sue raffinate nature morte sono consequenziali autoritratti, mai spalancati o urlati ma lievemente posti sulla tela come testimonianza, come sguardo, come presenza. Impalpabile ed effimera perché così capace di dilatare i confini, di filtrare, di arrendersi e rinascere.
Gli oggetti della quotidianità - prescelti da Lala come inevitabili icone del nostro tempo - si fanno opportunità narrative, modelli di riconoscibilità collettiva eppure spiazzanti se derubati del proprio contesto abituale. Corpi estranei. Come lo sono le voci, i silenzi, le fughe di tanti. Un realismo struggente quello di Lala, meticoloso, quasi sottolineato. Non certo un ricamo-richiamo ma la polarizzazione - nelle immagini nude - del disagio, dell'abisso, della solitudine, figliolanza confusa e gremita di questo tempo.

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