Sanità molisana. Si salvi chi può (davvero)
Complimenti. Bisogna dirlo. Perché non è facile ottenere certi risultati senza impegnarsi a fondo. Svuotare gli ospedali di Venafro e Agnone, depotenziare le postazioni del 118, ridurre uomini e mezzi, trasformare l'emergenza in una lotteria geografica: tutto questo richiede metodo, perseveranza e una certa visione. Una visione che, finalmente, inizia a dare i suoi frutti. Amari, certo. Ma pur sempre frutti.
Accade così che a Belmonte del Sannio, ridente paese a due passi da Agnone (almeno sulla carta), un pensionato cada nel garage di casa. Una caduta domestica, di quelle che capitano ogni giorno. Niente di esotico: ferita alla testa, sangue, paura. Si chiama il 118. Tranquilli, è un'emergenza. O forse no.
L'ambulanza arriva dopo circa un'ora e mezza. Un tempo più adatto a una consegna internazionale che a un soccorso sanitario. Motivo? Semplice: i mezzi di Agnone e Trivento erano già impegnati. Evidentemente l'emergenza, in Molise, funziona a turni. Se sei fortunato trovi posto, altrimenti attendi. Con calma. E magari con una garza improvvisata.
Alla fine parte un'ambulanza da Frosolone. Senza medico a bordo, ma con infermieri e soccorritori. Perché anche il medico, ormai, è un optional. Un lusso. Un accessorio d'altri tempi, come le sale operatorie funzionanti o i pronto soccorso aperti.
L'uomo viene preso in carico e trasferito d'urgenza all'ospedale "Veneziale" di Isernia. Perché Agnone, com'è noto, è ormai più un ricordo che un presidio sanitario. Una sorta di museo della sanità che fu.
E qui arriva il capolavoro. Il vero capolavoro organizzativo. Il figlio dell'anziano, partito da Pescara, arriva a Belmonte prima dei soccorsi. Ripetiamolo piano, per non perdere il senso del miracolo: da un'altra regione, in auto, è stato più veloce del sistema di emergenza sanitaria.
Forse è questo il nuovo modello: non più "118", ma "chi prima arriva soccorre". Magari con un premio fedeltà per i parenti più rapidi.
E allora sì, diciamolo senza ipocrisie: in Molise, se stai male, spera di cadere vicino a un'autostrada, a un parente giovane o a un'auto con il pieno. Perché la sanità pubblica, quella che dovrebbe garantire il diritto alla cura, sembra essersi persa tra tagli, chiusure e silenzi.
Non è solo una questione di numeri o di bilanci. È una questione di dignità. È la differenza tra vivere in una comunità e sentirsi abbandonati. Perché l'ironia fa sorridere, sì. Ma qui c'è poco da ridere. Qui c'è solo da indignarsi. Profondamente.




