Sanità pubblica: smantellamento in corso, nel silenzio della politica

03.05.2026

di Paolo Scarabeo

Chiamarlo piano sanitario è già una forzatura. Quello che sta accadendo in Molise è un arretramento strutturale dell'offerta pubblica, che colpisce in modo particolare le aree interne e i territori più fragili.

A Isernia si continua a ridurre progressivamente l'operatività dell'ospedale con anche la chiusura del punto nascita. Ad Agnone il declassamento del presidio equivale, nei fatti, a una chiusura. A Termoli è stato eliminato un servizio essenziale come l'emodinamica. A questo si aggiunge la riduzione delle guardie mediche da 44 a 13, lasciando totalmente scoperte diverse aree.

Non è riorganizzazione: è riduzione incostituzionale dell'accesso alle cure.

Il 18 gennaio migliaia di cittadini sono scesi in piazza in modo composto, senza estremismi, chiedendo semplicemente di non essere lasciati soli. Non c'è stata una risposta politica all'altezza. Nessun cambio di rotta, nessuna assunzione di responsabilità.

Allo stesso modo è rimasto senza effetti concreti il gesto del sindaco di Isernia, che da mesi dorme in una tenda portando avanti una protesta visibile e continuativa. Un segnale forte, che avrebbe richiesto almeno un confronto serio. Anche questo è rimasto sospeso.

Le proposte avanzate dalla Conferenza dei Sindaci non risultano recepite. Il confronto con i territori solo fuffa, nulla di concreto.

Intanto, la narrazione istituzionale continua a parlare di equilibrio dei conti. Ma il punto è un altro: quando il contenimento della spesa si traduce in riduzione dei servizi essenziali, si entra in un terreno critico. Perché il diritto alla salute non può essere subordinato esclusivamente a logiche finanziarie. E di altre logiche, in tutto questo, davvero non c'è ombra: chiudere un ospedale in territorio montano, periferico, che logica ha? Togliere un servizio essenziale come l'emodinamica ad un territorio che in estate, ad esempio, triplica il numero di abitanti, che logica ha? Privare una provincia periferica come Isernia del proprio punto nascita, che logica ha? Fare tutto questo in una regione che non ha strade ma mulattiere, che logica ha?

E mentre tutto questo accade, c'è chi riempie le città di cartelloni pubblicitari per esaltare la sanità privata, raccontandola come soluzione universale. Una narrazione comoda, spesso costruita su mezze verità quando non su vere e proprie distorsioni della realtà. Si vende l'idea di efficienza totale, si omette accuratamente ciò che non conviene dire: che il privato seleziona le prestazioni più remunerative, che non garantisce copertura completa, che non sostituisce un sistema pubblico capillare.

Dietro quella propaganda non c'è solo comunicazione: c'è interesse. Tornaconto economico e consenso costruito sulla pelle dei cittadini. E questo va detto chiaramente. E allora un cartellone, quello in apertura, l'abbiamo fatto anche noi: smettete di raccontarci balle!

Il risultato è un sistema sempre più diseguale, in cui l'accesso alle cure dipende dalle condizioni economiche e dalla possibilità di spostarsi.

Sul piano politico, il quadro è debole. Il famigerato (inesistente) "Decreto Molise" è rimasto senza esiti concreti. I rappresentanti istituzionali del territorio eletti in parlamento e quelli eletti sul territorio, a suon "passatelle e birra" davanti ai bar, meriterebbero una puntata speciale a "Chi l'ha visto?". Il livello regionale non mostra discontinuità, mentre i Commissari ad acta continuano a operare con i paraocchi, senza un cambio visibile di strategia e senza una vera strategia che non sia quella di un costante, cocciuto smantellamento della sanità pubblica.

A volerci guardare bene, la logica (per usare un eufemismo) è un po' la stessa del Governo centrale che l'1 gennaio ha aumentato le accise sui carburanti per rientrare nel 3%, non è rientrato perché ha sbagliato i conti e ora vuol chiedere all'Europa lo sforamento per abbattere le accise che ha alzato a gennaio! Così i Commissari molisani... anziché riequilibrare la spesa (a cominciare dai propri emolumenti), tagliano servizi essenziali. L'importante è dire a Roma che i conti tornano!

I fatti, più delle dichiarazioni, indicano una direzione chiara: riduzione della sanità pubblica nei territori periferici.

A questo punto serve chiarezza. Se questa è la linea, va dichiarata apertamente. Se invece si ritiene che la sanità pubblica debba restare un pilastro, allora servono atti conseguenti: investimenti, riequilibrio territoriale, ascolto reale delle comunità locali.

Senza questi elementi, il rischio è uno solo: trasformare intere aree in zone a tutela sanitaria ridotta. E questo non è un dettaglio tecnico. È una scelta politica precisa.

©Produzione riservata

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