Se l'Ariston continua a premiare il "restare", è perché quel verbo tocca una corda che la modernità non è riuscita a spezzare
di Nadia Mari
Il Festival di Sanremo si apre ogni anno come un gigantesco, coloratissimo e rumoroso carrozzone di maschere. È il rito collettivo di un Paese che si ferma a osservare una parata di atteggiamenti forzati, dove la trasgressione non è più rottura, ma un prodotto di marketing studiato a tavolino in asettiche sale riunioni. Tutto è finalizzato allo scandalo calcolato, alla bizzarria eccentrica utile a generare il meme del mattino dopo o il titolo acchiappaclic che nutre l'algoritmo. Persino l'impegno civile, tra un monologo e l'altro, rischia di apparire come un accessorio di scena: un abito di gala indossato per dovere di cronaca e poi riposto frettolosamente nel baule dei costumi.
Eppure, dietro questa cortina di fumo fatta di ribellioni programmate e paillettes, batte un cuore ostinatamente antico. Mentre sul palco si consumano provocazioni che durano lo spazio di una serata, la scaletta continua a essere scandita da brani che parlano di amore ideale e di promessa eterna. È qui che si rivela la contraddizione più profonda: il paradosso di un'Italia che da un lato insegue la modernità più fluida e dall'altro resta ancorata a una narrazione sentimentale che sembra quasi ignorare la complessità del reale.
Siamo immersi in un urto stridente. Da una parte, l'assolutezza del "per sempre" che ancora domina la canzone nazionalpopolare; dall'altra, una società frammentata dove la stabilità appare come un lusso o un reperto archeologico. Questa scissione è diventata oggi una ferita aperta, alimentata da un cinismo diffuso: siamo ormai abituati a vedere figure pubbliche che proclamano valori morali dai propri profili social per poi smentirli puntualmente nei fatti. È questo "perbenismo di facciata" — ereditato da un certo buon costume di matrice cattolica ancora radicato nel nostro DNA collettivo — a generare quel riflesso condizionato per cui, di fronte a una promessa d'amore cantata con enfasi, una parte di noi reagisce con un amaro "sì, certo…".
Tuttavia, ridurre tutto a mera ipocrisia sarebbe un errore. Non tutto ciò che è tradizionale è automaticamente falso; a volte è semplicemente l'espressione di un disperato bisogno di fermezza in un'epoca liquida. L'arte, del resto, non ha il compito di scattare una fotografia statistica della realtà, ma di dare voce a ciò a cui aspiriamo. Se l'Ariston continua a premiare il "restare", è perché quel verbo tocca una corda che la modernità non è riuscita a spezzare.
In un mondo di relazioni "snack" e di magazzini emotivi dove le persone vengono accumulate e scartate con un clic, la fedeltà acquista un valore nuovo, quasi rivoluzionario. Non è più l'obbligo morale calato dall'alto, ma una fiera scelta di resistenza. La differenza tra l'ipocrita e chi spera è sottile ma decisiva: l'ipocrisia consiste nel recitare la parte del leale mentre si inganna l'altro e se stessi; la speranza, invece, sta nel dire "voglio esserlo", pur sapendo che tale percorso richiede fatica, cura e, soprattutto, il coraggio di abitare le proprie zone d'ombra.
Forse siamo così sensibili a questo tema proprio perché la coerenza è diventata rara. In un'epoca di connessioni superficiali e di fughe repentine dietro il muro di un "blocco" social, una canzone che osa ancora dire "io rimango" non è necessariamente un esercizio retorico. È il segnale di un conflitto interiore: siamo un Paese dilaniato tra l'aspirazione ai vecchi legami e l'incapacità di sostenerne il peso, ma continuiamo a cercare in una melodia la conferma che l'amore possa ancora essere un porto sicuro e non solo un naufragio annunciato.
Rinobilitare la fedeltà oggi non significa tornare a un passato censorio, ma riconoscere che, in mezzo a tanto rumore, la vera libertà non risiede nel poter cambiare tutto continuamente, ma nell'avere la forza di scegliere qualcuno e rimanere. Anche quando il sipario di Sanremo si chiude e restano solo le luci dell'alba e la verità di chi siamo.
La libertà di oggi è faticosa perché ci toglie l'alibi del dovere sociale e ci mette davanti alla responsabilità della scelta. Se oggi restiamo, è perché lo vogliamo, non perché dobbiamo. Forse è proprio qui che la fedeltà viene 'rinobilitata': non è più una gabbia subita, ma un giardino che si sceglie di curare ogni giorno, nonostante la vetrina rutilante che ci circonda. È vero, i genitori e la scuola non ci insegnano a prenderci cura di ciò che amiamo, ma forse la vera maturità sta nel capire che la costruzione di un amore, come dicono Fossati o Gahan, non è un binario già tracciato, ma un sentiero che si scava nella roccia, consapevoli che oggi, finalmente, abbiamo il diritto di smettere di scavare se dall'altra parte c'è solo un muro di bugie.




