Semestre filtro in Medicina: un'ecatombe!
di Camilla Novelli
Nel tempo si è cercato di risolvere diversi problemi riguardanti il mondo dell'istruzione. La più recente delle modifiche riguarda l'introduzione di un "semestre filtro" che sostituisca il test d'ingresso nelle facoltà mediche. I risultati sono stati decisamente deludenti: al massimo il 15% degli studenti di tutta Italia ha ottenuto un posto in facoltà, molti dei quali, peraltro, copiando agli esami di sbarramento.
La domanda, quindi, è: si stava meglio quando si stava peggio? I test d'ingresso vanno davvero esorcizzati oppure sono l'unica soluzione equa che abbiamo al momento?
Inutile ribadire che in Italia vi è una situazione di sovraffollamento, come riportato dai giornali locali delle città che ospitano i più grandi atenei, come Bologna, Roma o Milano. Gli studenti a volte devono sedersi per le scale o a terra pur di seguire una lezione in aula. Gli spazi sono spesso insufficienti, dalle classi ai laboratori pratici. Anche il corpo docente si trova a dover affrontare gruppi sempre più numerosi.
La causa è principalmente l'aumento della domanda. Negli ultimi dieci anni, gli iscritti agli atenei sono aumentati di oltre 300 mila unità, superando - nell'anno accademico 2024/25 - la soglia dei due milioni. Sempre più persone decidono di intraprendere la carriera accademica in quanto il mercato del lavoro pretende una specializzazione sempre maggiore. La domanda supera quindi l'offerta, determinando una pressione insostenibile sul sistema universitario.
In Cina, per esempio, la situazione è già sfuggita di mano. A causa della sovrappopolazione, ogni anno alla fine delle scuole superiori centinaia di migliaia di studenti si trovano ad affrontare un esame conclusivo chiamato Gaokao, il cui punteggio determinerà l'accesso alle più prestigiose università. In un Paese che conta più di un miliardo di abitanti, con così pochi posti disponibili si crea una competizione sfrenata. Per questo ogni anno l'esame si fa sempre più difficile e, di conseguenza, gli studenti che si preparano devono ricorrere a metodi estremi. Molti di loro vanno incontro a burnout e crisi psicologiche che possono tormentarli per anni.
La differenza rispetto ai test italiani è che essi sono specifici per le diverse facoltà a numero chiuso, come Medicina o Scienze della formazione: per questo solo chi è interessato si iscrive, generando meno competizione. Dunque, il quiz risulta più semplice rispetto ad altri esami d'ingresso e i candidati si ritrovano con meno peso sulle spalle il giorno della prova.
L'università è un investimento di tempo e denaro: chiunque entra vorrebbe sfruttare al massimo tutte le risorse offerte. Adottando il semestre-filtro, quasi il 90% delle matricole rischia di perdere un anno tra tentativi e ripensamenti. Il test di ingresso, invece, consentiva di capire subito se intraprendere un percorso alternativo. Forse l'ansia e la pressione per un test - che non è certo paragonabile alle selezioni più dure a livello internazionale - conta meno rispetto ad aver gettato un intero anno della propria vita dietro a una speranza che poi non si trasforma in realtà.
Una soluzione può essere quella di trovare metodi efficaci per impedire che si possa copiare, minacciando in questo modo il sistema meritocratico sul quale si fondano i test d'ammissione. Inoltre, a fronte di un insuccesso clamoroso delle nuove disposizioni, forse è utile rivolgersi al passato e tornare, per una volta, a fare ciò che si è sempre fatto. Insomma, non serve inventare soluzioni avventate: a volte, la vera innovazione è recuperare ciò che funzionava davvero.




