Torino, quando la violenza diventa metodo
È ora che la politica, incrostata nella rissa ideologica permanente di "fascisti" e "comunisti", smetta di usare etichette come armi di distrazione di massa e inizi a occuparsi seriamente di ciò che accade nelle strade, nelle periferie, nelle piazze.
di Paolo Scarabeo
Quello che è accaduto a Torino non può essere archiviato come un episodio di tensione, né diluito nel lessico rassicurante dell'"eccesso" o del "contesto". È qualcosa di più grave. È il prodotto diretto di un clima sociale esasperato, disorganizzato e profondamente regressivo, nel quale il senso del limite è stato progressivamente eroso fino a scomparire.
Torino non è una città qualsiasi. È un cuore storico, culturale e istituzionale del Paese. È un luogo simbolico, dove lo Stato, la comunità e la memoria collettiva dovrebbero riconoscersi. Ed è proprio per questo che quanto avvenuto assume un valore che va oltre il fatto di cronaca.
Quando, nel corso di una manifestazione, la folla diventa copertura per la violenza; quando l'aggressione si trasforma in linguaggio; quando un agente viene colpito con ferocia mentre svolge il proprio servizio, non siamo più nel perimetro del dissenso. Siamo fuori. Radicalmente fuori.
Il caso dell'agente Alessandro Calista, 29 anni, una moglie, un figlio, massacrato a colpi di martello, è emblematico e intollerabile. Non è un incidente. Non è una degenerazione improvvisa. È violenza organizzata e simbolicamente mirata. È la scelta deliberata di colpire chi rappresenta l'ordine pubblico, trasformandolo in nemico.
Qui agisce un meccanismo noto e pericoloso: la deindividuazione.
La folla annulla l'empatia.
La responsabilità morale viene sospesa.
L'aggressività viene legittimata come atto "politico" o "identitario".
Ma la violenza non è mai politica. È acting out. È scarica pulsionale. È bisogno di un nemico su cui proiettare frustrazione e rabbia. E quando quel nemico diventa lo Stato, il patto sociale è già saltato.
Continuare a chiamare tutto questo "diritto di manifestare" è una mistificazione. Il diritto di manifestare non include il diritto di aggredire, ferire, uccidere. Non include l'uso della folla come scudo per comportamenti criminali. Non include la sospensione delle regole comuni.
In questo quadro, una responsabilità pesante ricade anche sulla politica, che da troppo tempo preferisce rifugiarsi nella retorica sterile dei "fascisti" e dei "comunisti", in una rissa ideologica permanente che serve solo a non affrontare il reale. Mentre si evocano fantasmi del Novecento, le città si incendiano, il disagio cresce, la violenza si organizza. E il concreto – sicurezza, coesione sociale, rispetto delle regole, tutela delle persone – resta sullo sfondo.
È ora che la politica smetta di usare etichette come armi di distrazione di massa e inizi a occuparsi seriamente di ciò che accade nelle strade, nelle periferie, nelle piazze. Perché il problema non è la categoria ideologica da sventolare, ma la tenuta stessa del patto civile.
Chi agisce in questo modo non risponde al linguaggio del confronto, ma solo a quello del limite. E uno Stato che rinuncia a far valere il limite non è più tollerante: è debole. E la debolezza istituzionale non genera dialogo, genera altra violenza.
La vera emergenza, oggi, non è l'ordine pubblico in sé. È l'erosione culturale che porta a giustificare l'ingiustificabile, a relativizzare l'aggressione, a spostare sempre più in là l'asticella di ciò che è accettabile. Ogni volta che lo si fa, il prezzo lo pagano gli inermi: inermi per strada, inermi in divisa.
Colpire un operatore delle Forze dell'Ordine non è un gesto simbolico. È un attacco diretto allo Stato, alle regole condivise, alla possibilità stessa di convivere civilmente. Difendere chi garantisce l'ordine pubblico non è schierarsi politicamente: è difendere il perimetro minimo di civiltà senza il quale resta solo la legge del più violento.
Le donne e gli uomini delle Forze dell'Ordine non sono figure astratte. Sono persone. Hanno famiglie, affetti, figli, una vita che continua anche dopo il turno di servizio. Eppure ogni giorno presidiano territori difficili, affrontano contesti ad altissima tensione emotiva, lavorano con risorse spesso insufficienti, mettendo a rischio la propria incolumità per la sicurezza di tutti.
A loro va una solidarietà piena, totale, incondizionata. Ma la solidarietà non basta. Serve una presa di posizione chiara, culturale prima ancora che politica. Serve dire che la violenza non è dissenso. È deriva. E come tutte le derive, va contenuta con fermezza prima che diventi sistema.
Torino ci riguarda tutti. Ignorarlo sarebbe l'errore più grave.




