Un racconto edificante che nasconde mille contraddizioni

02.01.2026

Dopo 34 anni completata la Asti-Cuneo. Spesi 1,45 miliardi di euro a fronte dei 340 milioni previsti. 90 chilometri e su un tratto di cinque km si viaggerà ancora su una sola carreggiata a doppio senso di marcia fino ad aprile. C'è chi parla di "spinta".

di Ma.Go.

C'è un tratto rivelatore nel modo in cui questa vicenda viene presentata al pubblico: ciò che dovrebbe aprire una riflessione critica profonda viene trasformato in celebrazione. Oltre trent'anni di attesa, una spesa cresciuta in misura sproporzionata, una sequenza di blocchi e ripartenze finiscono per assumere il volto di un successo collettivo. Il ritardo diventa una prova di resistenza, lo spreco si trasfigura in incidente di percorso, l'eccezione viene elevata a regola del progresso.

In questo processo prende forma una vera educazione al consenso. I cittadini vengono abituati a considerare fisiologico ciò che segnala un fallimento politico. L'opera viene valutata esclusivamente per la sua utilità finale al sistema produttivo dominante, mentre scompaiono dal quadro il tempo sottratto alle comunità e le risorse pubbliche consumate. Il metro di giudizio risponde a una logica economica, lontana da una visione sociale e collettiva dello sviluppo.

Il linguaggio utilizzato rafforza questa impostazione. Il territorio viene definito attraverso la sua funzione produttiva, la sua capacità di competere, la presenza di grandi gruppi industriali. I cittadini perdono consistenza politica e diventano figure marginali, spettatori di decisioni prese altrove. L'infrastruttura smette di essere uno strumento di riequilibrio territoriale e assume il ruolo di acceleratore per aree già centrali nei rapporti di forza economici.

Se una vicenda simile avesse riguardato il Sud, il giudizio pubblico avrebbe assunto toni radicalmente opposti. Per farvi un'idea pensate alla Salerno - Reggio Calabria. L'incompiuta sarebbe diventata simbolo di inefficienza strutturale, il ritardo prova di inadeguatezza culturale, l'aumento dei costi segno di incapacità cronica. La stessa lente celebrativa del Nord si trasformerebbe in condanna morale. Il Sud pagherebbe doppiamente: per i ritardi reali e per la percezione pubblica di inadeguatezza. Si confermerebbe quella che chiamiamo questione meridionale, un divario non solo economico ma politico e culturale, dove l'errore è consentito ad alcuni e punito ad altri, dove i territori centrali accumulano privilegi mentre le periferie restano condannate all'attesa e al giudizio.

Questo scarto di valutazione risponde a una precisa funzione politica. Alcuni territori godono del privilegio dell'errore, altri portano il peso della colpa anche quando subiscono. Si costruisce così una gerarchia implicita, nella quale esistono aree legittimate a sbagliare e altre costrette a dimostrare continuamente la propria affidabilità. La narrazione pubblica consolida questa divisione, presentandola come dato naturale.

Anche le soluzioni finanziarie straordinarie vengono raccontate come segni di efficienza tecnica. In realtà segnalano una ritirata della responsabilità pubblica e un rafforzamento del potere dei grandi concessionari. La gestione delle infrastrutture strategiche passa sempre più nelle mani di soggetti economici forti, mentre il controllo collettivo si assottiglia. Questo passaggio viene descritto come modernizzazione, senza interrogarsi sulle sue conseguenze politiche e sociali.

La conclusione dell'opera, dunque, chiude il cantiere, lascia aperta la questione di fondo. La ferita evocata nel discorso ufficiale viene coperta da una narrazione rassicurante, che evita di affrontare il nodo centrale: chi decide le priorità, chi paga i ritardi, chi ha il diritto di essere assolto. Finché queste domande restano fuori dal racconto dominante, ogni celebrazione assume il valore di un esercizio ideologico e ogni svolta annunciata finisce per confermare un ordine già consolidato, mentre le disparità territoriali continuano a riprodursi. 

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