Una cattedra che non basta. Appunti dal margine della scuola italiana

07.10.2025

di Mario Garofalo

La mattina entra in aula prima degli altri. Ha i libri in braccio, la borsa piena di fogli, una biro che perde inchiostro. Si siede, si sistema la giacca sulle spalle, e guarda le sedie vuote. Sono anni che insegna. Dieci, per la precisione. Dieci anni senza un giorno di pausa. Classi difficili, scuole lontane, treni presi all'alba, buste paga che a volte non arrivano. Ma è rimasta lì, con pazienza, con una di quelle testardaggini gentili che conoscono solo le donne abituate a non chiedere troppo.

L'altro giorno, ha ricevuto un contratto. Non un'assunzione. Non una conferma. Un contratto "fino ad avente diritto". Parole che sembrano vuote, fredde. E invece no. Dentro ci sta tutto. Sta lì il dramma.

Vuol dire che è dentro, ma solo finché qualcuno più fortunato non bussa. Finché non arriva quello "giusto". Poi lei esce. Ringrazia, saluta, e ricomincia da capo. Come se quei dieci anni non fossero mai esistiti.

E dire che ha fatto un concorso, mica uno facile. Novantotto allo scritto, novanta all'orale. Uno pensa che a questi livelli lo Stato ti dia fiducia. Che dica: "Abbiamo bisogno di te. "E invece no. La scuola italiana funziona così: ti tiene finché non trova di meglio. Anche se meglio non c'è.

Certe volte mi chiedo se lo vediamo davvero, questo Paese. Se guardiamo in faccia chi lo regge. Perché i politici vanno in televisione a parlare di merito, di futuro, di giovani. Ma poi lasciano una professoressa come lei con un piede dentro e uno fuori, sempre sul filo, sempre provvisoria. Come un mobile in affitto, come una sedia pieghevole.

E non è solo questione di numeri, di budget, di graduatorie. È questione di rispetto. Perché chi insegna non porta solo un programma in aula. Porta sé stesso. Porta le notti passate a correggere i compiti, le discussioni con i genitori, le lacrime di un'alunna che non riesce a leggere davanti alla classe.

Una volta, in un film, c'era un uomo che girava per Roma cercando la sua bicicletta rubata. Senza quella, non poteva lavorare. Senza lavoro, non c'era dignità. Oggi, a una professoressa, non rubano la bicicletta. Le rubano la stabilità. Le dicono: "Aspetta. Tieniti pronta. Ma non affezionarti".

E intanto lei insegna. Con quella dolcezza un po' amara di chi sa che domani potrebbe non esserci più. Ma che oggi, finché c'è, dà tutto. Per i ragazzi, per la scuola, per un'Italia che forse non se lo merita, ma che lei ama ancora.

Io non ho soluzioni. Solo domande. E una malinconia sottile, che somiglia alla colonna sonora di certi film in bianco e nero. Quelli dove la speranza non è un discorso, ma uno sguardo. Una mano che si tende. Un contratto che non scade.
Forse un giorno ci chiederemo come abbiamo fatto a perdere tutto questo senza neanche accorgercene. Ma oggi, almeno, scriviamolo. Per non dire domani che non sapevamo.
 

©Produzione riservata

Segui la nostra informazione anche su Facebook, Instagram o unendoti al nostro gruppo WhatsApp e visita il nostro canale Youtube