La storia intimadi Marco Gizzi

C’è un quadro di piccole dimensioni che sembra sostare – come una sorta di metafisico guardiano – ai margini di un luogo d’ombra dove la luce è stabilita da crepuscoli di biacca o dall’intransigente monopolio del cadmio. Nello studio di Marco Gizzi ogni oggetto è sospeso – finanche l’anima -, taciuto, rintanato tra prospettive di “nascondimenti e clausure”. Eppure ognuno di essi è tutelato come figliolanza dissidente o come esempio di un inedito divenire. C’è da chiedersi davvero dove inizi la “responsabilità” del pittore e quanto questa sia sopraffatta, invasa, inseguita da una genìa solo in apparenza meno palese: quella dell’architetto, del contadino, del cospiratore, dell’osservatore ozioso. Perché nella storia di Gizzi la narrazione procede per cauti intenti, mai slegati o arrendevoli: il gesto è pittura come lo è la paziente alterazione della natura o l’invadenza delle ore e degli anni, come lo è lo sguardo fuori dagli argini. Nulla si consuma in modo separato. E la tela – da sola – non è l’attracco di ogni presunta supposizione, del ripensamento, dell’ascolto. Tutto ha inizio – e si consuma anche – per tracce preventive fatte di conciliazione con la memoria, di rocamboleschi indizi, di soste pazienti, di costellate adunanze. Ecco, direi che ogni millesimale sostanza – finanche l’anima – concorre alla precisazione risolutiva e la rappresentazione altro non è che il naturale alveo di contaminati sensi. Nel quadro di piccole dimensioni – una preziosa natura morta che dà accoglienza al visitatore al pari di un consolante padrone di casa – Marco Gizzi sembra riordinare, per magiche traiettorie, una vera e propria “nomenclatura” di presenze: epifaniche, affettive, visionarie, pragmatiche. Come se ogni oggetto dipinto fosse coordinata ineccepibile – e veggente – di un mirabolante cammino. La storia intima – la propria Storia – soggiorna allora in queste ordinate stazioni di sosta laddove il tempo si piega allo sguardo o ai venti malevoli che sobillano l’umore. Di questa piccola opera Gizzi fa l’approdo percepibile dello sguardo e del dialogo; il filo rosso di una conversazione tra la responsabilità dell’oggetto e il pensiero visivo di arganiana memoria. In essa abitano – o coabitano – le impronte di una indagine a spirale, rigenerante, progressiva, come se nella disposizione scrupolosa delle “presenze” Gizzi rielaborasse un inesauribile intento di tutela. Della sua storia. E della nostra, naturalmente.