Paola Beltrano, Fotografia del viaggio
La fotografia come dimensione per nulla occasionale, tempo del proprio tempo, al pari dello sguardo o del cuore che muovono passi o rincorse. Per Paola Beltrano la fotografia non è un “luogo” altro – o un’isola dell’altrove – piuttosto territorio del quotidiano: quello fatto di indizi, di ascolto, di rocambolesche misture di voci e appendici. La “sua” fotografia è una narrazione mai “rubata” bensì affermata, parola per parola – immagine dopo immagine – nel sentire del giorno, nelle ipotesi della luce, nel divenire dell’ombra, nelle soste tra ferite inusuali.
Vive a Sperlonga Paola Beltrano, ma rincorre il senso della “bellezza” (quella concreta, rigorosa, finanche intima) ovunque, laddove l’occhio si fa comando insostituibile. Allora il “viaggio” – estensione talvolta spasmodica di conoscenza – è tracciamento e resoconto di reperti capaci non soltanto di “arrestare” l’intransigenza della realtà, piuttosto di affidare a questa un’anima inedita, creativa, perfino spaesante. La sua capacità è, a mio avviso, quella di “ricucire gli attimi” per farne – ogni volta – racconto compiuto: siano essi le atmosfere innaturali delle metropoli indiane o le esistenze consumate nei luoghi mai replicati delle favelas di Rio; ovvero l’iperreale bagliore che fa da alito – talvolta – all’arcipelago di Circe. E poi geometrie di paesaggi celati, le sinfonie delle nuvole amate dal vento.
Questo è il suo “lavoro” di artista: di attribuire alle verità nuove coordinate, esili o più marcati intendimenti. Con il rigore della conoscenza, della memoria, dell’immaginifico.