Rubriche › Cultura&Società Viaggio nella Sicilia antica, tra archeologia, storia e memoria

“A SELINUNTE GRECA”

Dalla magnificenza della colonia dorica alla distruzione cartaginese, fino alla riscoperta di un patrimonio straordinario. Tra templi, antiche vestigia e testimonianze di vita quotidiana, Selinunte racconta ancora oggi la grandezza di una civiltà e la tenace volontà di sottrarne la memoria all'oblio.

A Castelvetrano, in provincia di Trapani, si può visitare il Parco Archeologico di Selinunte – la greca Selinos-il più grande d’Europa con un’estensione di 270 ettari, un’enorme distesa che testimonia al mondo la potenza e magnificenza raggiunti da questa colonia dorica, ma ricorda anche che destini gloriosi di uomini e città possono improvvisamente perire, e perdersi lungamente nella memoria del tempo. Difatti la Storia ci racconta che, dopo due secoli e mezzo dalla sua fondazione, nel periodo di massimo splendore ed espansione, Selinunte precipitò in una rovinosa caduta e distruzione, a cui è seguito un lunghissimo oblìo.

Per comprendere le ragioni della scomparsa di quella che, insieme a Siracusa, Gela e Agrigento, fu una delle più grandi poleis greche in Sicilia, bisogna ripercorrerne la storia e contestualizzare la sua presenza in questa parte dell’isola, in quel determinato periodo storico.

In un quadro generale, la Sicilia vide, a partire dalla metà dell’VIII secolo a.C., un massiccio fenomeno migratorio di colonizzatori provenienti da varie parti della Grecia, che si insediarono inizialmente sulla costa orientale dell’isola dando vita a importanti poleis: fra esse Naxos, Katane (Catania) e Zancle (Messina) fondate dai Calcidesi, di stirpe ionica; Syrakousai (Siracusa) fondata dai Corinzi,e Megara Iblea dai Megaresi, entrambi di origine dorica.

Selinunte, collina dell'Acropoli

Proprio i Megaresi, stretti in un territorio in cui dominavano grandi e potenti colonie, nel 651 a.C. si spinsero ad occidente dell’isola e fondarono Selinos, che venne a costituire l’estremo lembo di Grecia sulla costa sud occidentale della Sicilia, l’avamposto in un territorio in cui la colonia sorse e si sviluppò circondata da insediamenti fenicio-punici, protetti da Cartagine, o fondati da antichi popoli della Sicilia preellenica, come quello degli Elimi, di origine italica, che, la leggenda, avvalorata da Tucidide, riteneva, invece, di stirpe troiana.

La città, il cui nome derivava da selinon, la pianta di sedano selvatico che vi cresceva rigogliosa, fu costruita fra due fiumi, il Modione (anticamente Selinus) e il Cottone, su un vasto pianoro culminante nell’Acropoli, situata su uno sperone di roccia calcarea a strapiombo sul mar Mediterraneo, a circa cento miglia marine di distanza dalla costa nordafricana.

Selinos, sorta in un fertile territorio, aveva due porti in corrispondenza delle foci dei due fiumi e un enorme sviluppo urbanistico: si ritiene raggiungesse, con i territori di influenza selinuntina, circa centomila abitanti. Questa posizione la favorì e la fece grande negli scambi e nei commerci per mare e per terra e le dette un enorme potere economico, assecondando la sua vocazione a estendere i propri confini territoriali e a popolarsi. Ma, purtroppo, fu proprio questa sua propensione che ne decretò la fine, allorquando i Selinuntini fecero diversi tentativi di espandersi sulla costa tirrenica nell’area di interesse di Segesta, città elima, inseguendo il sognodi avere uno sbocco commerciale sul Tirreno, oltre a quello sul Mediterraneo.

Seguironoanni di lotte territoriali e contrasti militari, fino a quando la stessa Segesta non riuscì ad ottenere, in difesa dei suoi interessi, l’aiuto di Cartagine che in passato le era stato negato.

Nel 409 a.C., in una battaglia della seconda guerra greco-punica in cui furono massacrati sedicimila Selinuntini – e cinquemila ne furono fatti prigionieri – i Cartaginesi sconfissero Selinos distruggendone le mura e salvando solo i templi e la popolazione che vi si era rifugiata.

Selinunte, interno del Tempio

Selinunte combattè praticamente da sola, in quanto l’alleata Siracusa (che doveva raccogliere rinforzi anche da Gela e da Agrigento) arrivò in ritardo rispetto al fulmineo attacco di Cartagine.

La città, successivamente, ebbe una ricostruzione parziale e, dopo un breve periodo, passò sotto la dominazione di Cartagine, ma non raggiunse mai lo splendore di un tempo. La sua fine giunse nel 250 a.C., durante la prima guerra punica, che oppose Romaa Cartagine per il controllo della Sicilia, allorquando Cartagine, soffocando le speranze dei Selinuntini di essere liberati dai Romani, fece evacuare tutta la città, che fu, pertanto, abbandonata. In seguito vi si installarono strutture rurali e agrarie romane e, successivamente, un insediamento bizantino, dopodichè Selinunte rimase sepolta sotto la sabbia e la macchia mediterranea per un tempo immemore e di lei non si parlò più… Nel sedicesimo secolo fu Tommaso Fazello,un monaco, storico e umanista, ad individuare esattamente i ruderi della polis seguendo le descrizioni di Diodoro Siculo: seguirono secoli di studi, scavi e ricognizioni di archeologi giunti da ogni parte, ma è con la creazione del Parco Archeologico, negli anni ’60, che si è realizzata una vasta area protetta, integrata nel tessuto urbanistico e viario del territorio, nel segno della salvaguardia e della valorizzazione di Selinunte.

In questo immenso pianoro racchiuso nei confini del Parco Archeologico, con un orizzonte marino su cui si stagliano suggestivamente i resti dell’Acropoli, la nostra visita è accompagnata dall’architetto Francesca Pizzo di Castelvetrano, che unisce alla sua competenza professionale la familiarità e l’amore di chi ha “vissuto” il Parco fin dalla giovanissima età, e che ci fa comprendere che bisogna guardare alle rovine dei templi, sparse ovunque, non solo per immaginare la loro magnificenza, ma per andare a fondo nella grandiosità del popolo che li ha innalzati; una grandiosità che rendeva particolarmente orgogliosi i Selinuntini, se un’epigrafe, rinvenuta in una tomba, anziché il nome del defunto, riporta la sua appartenenza: “Emi Selinios”, “io sono di Selinunte ”.

E, allora, bisogna riempire con la mente gli enormi spazi vuoti lasciati da distruzioni, terremoti e dall’oltraggio del tempo che ha imperversato su queste colonne e mura, per esplorare aspetti della vita della polis che qui c’era. E, proprio pensando ai templi, si scopre che, oltre alla finalità religiosa e rituale che li aveva fatti erigere in onore delle varie divinità, essi avevano un’importante funzione civica, di ordine politico e religioso, a cui dovevano assolvere nei confronti di tutta la cittadinanza. Questa funzione risiedeva nei “messaggi” trasmessi dalle metope formelle scolpite nella calcarenite e raffiguranti episodi mitologici, apposte come fregio decorativo in alto lungo la cornice esterna dei templi, che ricordavano la protezione degli dei e i valori fondanti della polis, come la sacralità del matrimonio, il castigo della hybris, la superbia e tracotanza di chi osava sfidare la divinità, o il trionfo dell’ordine e della ragione sul caos…

Così, del tempio di Hera (tempio E), ricostruito negli anni ’50, faceva parte una metopa raffigurante il matrimonio tra Zeus ed Era,e un’altra che rappresenta Atena che atterra Encelado, uno dei Giganti che avevano tentato di scalare l’Olimpo per scacciare gli dei; o, nel tempio C, probabilmente dedicato ad Apollo, in posizione dominante sull’Acropoli e affacciata sul mare, è stata rinvenuta, tra le poche superstiti, la metopa di Perseo che decapita Medusa alla presenza di Atena, che poteva avere una funzione di protezione della polis dal male e di monito rivolto ai nemici.

Caratteristiche dello stile dorico, le metopedei templi, checostituisconoun patrimonio di enorme pregio artistico, furono utilizzate in Sicilia dalla sola Selinunte e sono custodite in un’area dedicata del Museo Archeologico Regionale di Palermo “Antonio Salinas”, unitamente a molti altri reperti selinuntini; altri importanti reperti sono nel Museo Civico Selinuntino di Castelvetrano, e nel Baglio Florio, all’interno del Parco.

E, poiché Selinunte si può visitare avendo a mente la grande città che è stata, e alla luce delle nuove ricerche e rinvenimenti che ne arricchiscono la storia, si può raggiungere la collina di Manuzza che ospitava l’abitato principale, con l’Agorà,e, appena fuori, una delle necropoli cittadine; o si può scoprire che qui c’era la più grande fabbrica, mai rinvenuta, di terrecotte e ceramiche del mondo antico: nella valle del Cottone una novantina di fornaci di varia grandezza testimoniano un complesso industriale che dava lavoro a centinaia di persone, per una produzione che veniva in parte esportata.

Le fornaci

E, continuando il percorso di conoscenza, si può visitare, ad ovest del fiume Modione, la collina della Gaggera in cui sorsero santuari, fra cui quello di Demetra Malophoros (portatrice di frutti), dea della fertilità della terra e delle greggi, che, nel solco dei culti mediterranei collegati alla Grande Madre, onora il mito di Demetra e di sua figlia Persefone (o Kore), rapita e portata negli Inferi dal dio Ade, e che a primavera riemerge sulla terra per ricongiungersi con la madre e far rivivere la natura, in un eterno ciclo,

Sulla collina orientale il tempio G, in onore di Zeus, può offrire un’ulteriore testimonianza della grandezza di Selinunte: il tempio, chemisurava più di 50 mt di larghezza e 110 di lunghezza, ed era uno dei più grandi non solo della Sicilia, ma dell’intero mondo greco, non fu mai completato e le sue rovine giacciono a terra.

Inevitabilmente si pensa alle Cave di Cusa, che fanno parte del Parco e si trovano a pochi chilometri da esso nel territorio di Campobello di Mazara. Queste erano le principali Cave, di una roccia particolarmente compatta, da cui esperti scalpellini estraevano e lavoravano i rocchi, le sezioni cilindriche delle colonne dei templi. Sono ancora visibili in maniera sparsa i rocchi che dovevano essere trasportati per il completamento del tempio G, e frettolosamente abbandonati in seguito all’assedio cartaginese del 409 a.C., un’istantanea che ci fa pensare a come si stava sviluppando Selinunte quando iniziò la sua distruzione…

Tempio e colonna

E a questo punto, non si può non ricordare Vincenzo Tusa, il grande archeologo siciliano a cui è dedicata l’area archeologica delle Cave di Cusa, e a cui tanto deve il sito di Selinunte e tanti altri siti archeologici siciliani.

Tusa è stato fino al 1985, e per oltre un ventennio, Soprintendente alle Antichità della Sicilia Occidentale, ed è considerato “il padre” del Parco, la grandiosa impresa che ha fortemente voluto e a cui si è dedicato con amore e spirito di salvaguardia e valorizzazione. Ha pubblicato tanti libri e testi scientifici, e ha promosso su vasta scala gli studi su Selinunte, lottando per proteggere il Parco dall’avanzata edilizia e dal cemento, anche con un sistema protettivo naturale da lui ideato.

Vincenzo Consolo, uno dei più grandi scrittori italiani del dopoguerra, anch’egli siciliano e legato a Vincenzo Tusa da grande amicizia, oltre che dal comune impegno per la protezione dei siti storici e archeologici della Sicilia, portò direttamente il suo romanzo “Retablo” tra le rovine di Selinunte per leggerne delle splendide pagine:

«… così mi sgomentò e perse nel mattino il ritrovarmi mezzo in un mare magno di ruine. A Selinunte greca. Ruine d’una città e d’una storia… Fervida utopia, grandioso sogno di coloni dori in questa terra estrema, nei regni sconosciuti degli Elimi, dei Fenici, dei Sicani. Sogno che s’infranse… contra l’immane Tempo che di questi resti coprì e cancellò, perse financo la rimembranza del nome suo di Selinunte…. Io scesi da cavallo e baciai la terra del Selino, sacra per tanta vita e tanta morte umana. E come richiamato da voci che solamente a me si rivelavano, voci antiche e sepolte, di sacerdoti, vergini e fanciulli, dentro le pietre immense dei tumuli dei templi… m’inoltrai mezzo le pietre fiorite di licheni… capitelli, architravi, metopi… che una sopra l’altra in un tremendo caos formano grotte, passaggi, scale… e tutte come in grande gorgo vorticando attorno a un’unica colonna che ritta al centro, possente e alta, era rimasta a simbolo del grande, del santo monumento, come preghiera estrema e duratura a un dio ignoto, come meridiana o sosta alla sua ombra in questa ignuda vastità e assolata, come segnale e guida per le carovane che dall’interno si portavano agli empori della costa. Colonna che di lontano prima dovea apparire, quale cometa o stella nella notte, al monaco Fazello, che dopo secoli d’oblìo primo discoprìa, sulla parola antica di Diodoro, chiusa tra boscaglie e tra paludi, l’estinta Selinunte…».

Tratto da: V. Consolo, Retablo – © 2020 Mondadori Libri S.p.A., Milano – Published by arrangement with The Italian Literary Agency

Si ringraziano per l’accoglienza e la gentile collaborazione: l’architetto Francesca Pizzo; il Parco Archeologico di Selinunte, Cave di Cusa e Pantelleria.

La foto delle fornaci, tratta da “Akademie Aktuell”, è a corredo dell’articolo “Topferhandwerk in der griechischen Stadt Selinunt” di Martin Bentz; la foto dell’epigrafe “Emi Selinios”, tratta da “Elymos”, è a corredo dell’articolo “Una nuova epigrafe da Selinunte” di Rossella Giglio Cerniglia.