Attualità

A Gaza non è finita. Abbiamo solo smesso di parlarne.

Una tragedia non finisce quando scompare dalle prime pagine. Tra assuefazione, algoritmi e stanchezza dell’attenzione, resta il dovere dell’informazione di raccontare ciò che continua a ferire, anche quando il pubblico ha smesso di guardare.

Da quanto tempo non vediamo più Gaza aprire un telegiornale? Provo a ripensarci mentre scrivo, e faccio fatica a ricordare l’ultima volta che un titolo su Gaza è stato il primo, quello che si legge prima di tutti gli altri. Eppure basta scorrere qualche fonte per accorgersi che, mentre noi giravamo pagina, laggiù non è cambiato quasi nulla: il cessate il fuoco firmato lo scorso ottobre resta fragile, le violazioni continuano a essere segnalate quasi ogni settimana, e le agenzie umanitarie parlano ancora di centinaia di migliaia di sfollati che vivono in accampamenti di fortuna, senza acqua pulita, senza servizi sanitari sufficienti, con l’insicurezza alimentare che riguarda ancora una fetta larghissima della popolazione. La diminuzione della copertura mediatica, insomma, non ha coinciso con una diminuzione del problema. Ha solo coinciso con la nostra attenzione.

E allora la domanda vera non è “cosa sta succedendo a Gaza”, ma perché abbiamo smesso di chiedercelo. La guerra è diventata “vecchia”? Ci siamo assuefatti alle immagini, dopo averle viste ripetute per mesi fino a farle sembrare tutte uguali? I media hanno spostato l’attenzione altrove, verso crisi più recenti e quindi più “notiziabili”? O siamo semplicemente stanchi, nel senso più umano del termine – stanchi di sentirci impotenti davanti a qualcosa che non riusciamo a cambiare? Probabilmente è un mix di tutto questo. Ma nessuna di queste ragioni rende una tragedia meno importante solo perché dura da troppo tempo.

C’è un paradosso, in tutto questo, che vale la pena guardare in faccia: più una crisi si prolunga, più rischia di normalizzarsi. All’inizio è breaking news, dirette, approfondimenti, prime pagine. Dopo mesi, poi anni, diventa un titolo breve, un numero aggiornato, una riga in fondo alla home. Il rischio, se ci pensiamo, è che l’eccezionale finisca per diventare quotidiano – e che una notizia su decine di morti in un giorno solo susciti la stessa reazione di un bollettino meteo.

Per questo credo che valga la pena resistere alla tentazione di ridurre tutto a una sequenza di numeri e percentuali. Dietro ogni cifra ci sono famiglie che provano a ricostruirsi una parvenza di quotidianità dentro una tenda; bambini che, se sopravvivono, crescono comunque con addosso il peso di quello che hanno visto; medici che continuano a curare in ospedali che spesso non hanno più le scorte minime per farlo; giornalisti che restano a raccontare da dentro, pagando a volte il prezzo più alto per farlo; persone che, semplicemente, cercano di restare persone in condizioni che a ogni passo lo rendono più difficile.

Qui però si apre un altro tipo di domanda, che riguarda direttamente chi fa informazione:

«Un giornalista deve continuare a raccontare una storia anche quando il pubblico ha smesso di cercarla?»

Io credo di sì. Il giornalismo, quello vero, non dovrebbe occuparsi solo di ciò che genera clic, ma anche – forse soprattutto – di ciò che è importante che le persone sappiano, indipendentemente da quanto interesse riesca a suscitare in un dato momento. Sono due categorie diverse, e confonderle è uno dei modi più silenziosi con cui una crisi può sparire senza che nessuno se ne accorga davvero.

E poi ci sono gli algoritmi, che hanno le loro leggi e non hanno memoria: nuove notizie spingono giù le vecchie, nuove guerre e nuovi scandali frammentano un’attenzione che è già limitata di suo. È il fenomeno che qualcuno chiama information fatigue: troppe tragedie, mostrate troppo velocemente e senza pause, rischiano di produrre indifferenza invece che consapevolezza. Gaza può sparire dalla homepage senza essere sparita dalla realtà, ed è proprio in questo scarto che si nasconde il problema.

Vorrei essere chiara su una cosa, perché mi sembra importante dirlo esplicitamente: questo non vuole essere un articolo che dice “dovete pensarla così”. Non è la sede giusta per stabilire responsabilità politiche, né per semplificare un conflitto che ha una complessità che meriterebbe ben altro spazio di quello che gli si può dare in poche righe. Quello che mi interessa qui è un’altra domanda, più semplice e forse più scomoda: perché abbiamo smesso di parlarne? La situazione umanitaria sul terreno – gli sfollati, la carenza di cibo e medicinali, gli ospedali sotto pressione – è documentata da numerose organizzazioni internazionali indipendentemente da come si giudichi il conflitto nel suo complesso, ed è su questo piano, quello umanitario, che vale la pena restare, senza trasformarlo in una tifoseria.

Il punto più forte, credo, resta questo: il silenzio non significa che non stia accadendo nulla. Significa solo che abbiamo smesso di guardare.

E qui arriva anche la nostra parte di responsabilità, che non possiamo scaricare tutta sui media. Siamo anche noi a scegliere cosa leggere, cosa condividere, cosa lasciar scorrere. Se una notizia non appare più sul nostro feed, significa davvero che ha smesso di essere importante? O significa solo che abbiamo smesso di cercarla, e che qualcun altro, da qualche parte, ha smesso di scriverla perché ha imparato che tanto non l’avremmo cliccata?

Quando è stata l’ultima volta che abbiamo parlato di Gaza – non letto un titolo di sfuggita, ma parlato davvero, con qualcuno, di quello che sta succedendo? Una crisi non finisce quando smette di essere breaking news. Finisce quando smette di ferire le persone coinvolte, e quella, purtroppo, non è ancora la situazione di oggi.

Una delle funzioni del giornalismo – forse la più difficile da rispettare quando il tempo passa – è impedire che l’abitudine trasformi una tragedia in normalità. Gaza non ha smesso di avere bisogno di essere raccontata. Siamo noi che abbiamo smesso di ascoltare.