Come l’industria del K-pop si nutre di sogni per il proprio profitto
Dietro le luci del K-pop, un sistema che trasforma talento, ambizione e desiderio di emergere in una macchina sempre più esigente.
Casting, formazione, debiti, competizione e ritmi estenuanti: migliaia di giovani inseguono la possibilità di diventare “idol”, mentre l’industria cresce facendo leva proprio sul loro desiderio di farcela.
Oggi non aver mai sentito parlare di K-pop è quasi impossibile. Grazie alla diffusione mediatica di questo giovane genere musicale, e a hit mondiali come Gangnam Style di PSY, la Corea del Sud è diventata uno dei Paesi più influenti nella produzione musicale. Ciò che distingue il K-pop dagli altri generi, però, è la cultura che gli si è sviluppata attorno: gli “idol” non sono semplici performer che cantano e ballano ma, come suggerisce il nome, figure da venerare, legate ai propri fan da un rapporto di reciproca dipendenza.
L’industria del K-pop è cresciuta in modo rapidissimo e, come spesso accade a ciò che si sviluppa in fretta, si regge ancora oggi sullo sfruttamento di chi vi lavora. Il meccanismo è semplice e spietato: i costi di formazione vengono recuperati trattenendo una parte dei guadagni degli artisti dopo il debutto, e i gruppi di norma non ottengono un utile netto finché il debito non è estinto. Non stupisce, allora, che gli stessi cantanti che riempiono gli stadi possano guadagnare molto meno di quanto si immagini: secondo l’indagine governativa coreana sull’industria culturale, meno della metà del reddito mensile degli artisti sotto contratto (il 47,8%) proviene dall’attività artistica vera e propria.
A questo si aggiunge una competizione sempre più serrata. Coreografie e performance vocali diventano ogni anno più complesse, ma il corpo umano ha limiti che i ritmi imposti agli artisti spesso ignorano. Il risultato sono infortuni, malattie e un rapido declino della salute mentale. Anche tra i giovani che si stanno ancora formando la fatica è evidente: nel 2022 oltre un terzo dei trainee (34,4%) ha lasciato volontariamente l’agenzia.
Perché, dunque, migliaia di giovani si presentano ogni anno ai casting per dare vita all’ennesimo gruppo destinato a sciogliersi dopo poco? La risposta non è semplice. C’è chi vuole trasformare un talento in un lavoro, chi aspira a migliorare la propria posizione sociale o a ottenere popolarità, e chi, più semplicemente, vuole realizzare un sogno coltivato fin da bambino. Ed è proprio su quest’ultima spinta, la più pura, che il sistema fa leva.
Il punto è che un sogno, per chi lo porta con sé, è qualcosa di inestimabile; per una grande azienda diventa una materia prima. Finché il ragazzo o la ragazza è disposto a dare tutto, il sistema può contare su una fonte di energia inesauribile, perché alle spalle di chi si spegne ci sono sempre altri mille pronti a prenderne il posto. Il talento viene così trattato come un bene da sfruttare e sostituire, non come una persona da accompagnare nella crescita.
Il danno, però, non ricade soltanto su chi sale sul palco. Un sistema che seleziona l’immagine prima della voce e la resa prima dell’identità produce musica pensata per funzionare, non per dire qualcosa: canzoni interscambiabili, artisti sostituibili, successi costruiti a tavolino. Chi avrebbe qualcosa di autentico da raccontare non ha il tempo, né lo spazio, per scoprire che cosa sia. Così, mentre il mercato si espande, cresce anche l’omologazione, e a essere sacrificata è proprio la ragione per cui la musica esiste: dare forma a ciò che si ha dentro.
È questa la vera perdita. Non soltanto quella dei singoli giovani consumati da un meccanismo che li ha sedotti con una promessa, ma quella di tutte le voci che non arriveranno mai a esprimersi. Finché il profitto verrà prima delle persone, le grandi aziende continueranno a nutrirsi dei sogni dei più giovani, e a spegnere, così, il futuro da cui esse stesse dipendono.