Cambiano gli strumenti, non le convinzioni
Ogni tanto riguardo vecchi video di sei, sette anni fa. Ho un debole per il periodo del lockdown: stranamente proficuo, capace di produrre piccoli capolavori che rivedo ancora con piacere. Fu il momento in cui l’umanità scoprì che Internet – fino ad allora un parco giochi per pochi – poteva essere usato da chiunque, sia da chi ne consumava i contenuti sia da chi li produceva.
E in mezzo ai balletti e alle ricette per il pane fatto in casa, si aggirava un’altra fauna: gente che millantava competenze mediche e sparava opinioni come fossero certezze. Candidati al Nobel per acclamazione popolare, teorici delle cospirazioni più fantasiose, “dottori” da salotto a cui bastava un camice preso in prestito perché migliaia credessero loro sulla parola. Sono proprio i video di chi si spese per smontare quelle fake news che ancora oggi mi guardo con lo stesso gusto della prima volta.
Ieri sono andata a controllare i commenti recenti sotto uno di quei video. Ho scoperto due cose. La prima: non sono l’unica a rivedere in loop gli stessi contenuti — ho trovato commenti nostalgici scritti un’ora prima del mio, e mi sono rincuorata. La seconda, meno consolante: quasi tutti gli altri erano ancora scritti da persone fermamente convinte delle tesi che quel video cercava di smontare.
E io che pensavo ce li fossimo lasciati alle spalle nel 2020. Capisco che sei anni fa la gente potesse cascarci: le notizie non erano ancora arrivate, la comunità scientifica ha i suoi tempi, e la paura si aggrappava a qualsiasi post sembrasse una risposta. Quello che non mi aspettavo era di leggere, scritto solo l’altroieri:
“2026. Nel frattempo, il termine complottista ha avuto il suo vero significato: ovvero colui che ha un neurone in più rispetto a qualcun altro”.
Qui una precisazione da debunker: “complottista” non c’entra nulla con un neurone in più. Viene da “complotto”, dal francese antico complot – un accordo segreto, tramato di nascosto. Il complottista è solo chi crede o partecipa a un complotto: non è sinonimo di intelligenza superiore, né del contrario. Un errore di etimologia scambiato per un attestato di merito – piccolo, ma rivelatore.
Anche “negazionista” merita una parola: deriva dal latino negatio, dal verbo negare. Nato sul finire del XX secolo per indicare chi nega fatti storici accertati – con riferimento principale all’Olocausto – si è poi allargato a chiunque rifiuti l’evidenza, non l’opinione, su qualsiasi tema. È in questo slittamento che si nasconde il punto: descrive un atteggiamento che torna ogni volta che la realtà smentisce una convinzione già presa.
In sei anni il pianeta è cambiato parecchio: i social sono alla portata di tutti, e l’intelligenza artificiale è passata da giocattolo per pochi a strumento per chiunque. Gli strumenti sono cambiati. Le persone, no: chi era convinto sei anni fa lo è ancora, solo con più mezzi per ripeterlo, nonostante dati e studi abbiano risposto alle domande di allora.
Ed è questa, credo, la morale: il problema non è internet, né le fake news in sé, sempre esistite. È quanto sia comodo restare fermi in una convinzione presa per paura, anche quando il mondo ha continuato a muoversi. Non credo si risolva prendendosela con chi scrive certi commenti: difficilmente cambierà idea per un altro video. Si può però dubitare per primi delle idee che ci fanno sentire più intelligenti degli altri, diffidare di ogni spiegazione già confezionata con un colpevole pronto, e concedere alla scienza – lenta, piena di “servono altri dati” – il tempo che chiede prima di pretendere risposte definitive. Il resto, con pazienza, viene da sé.