Il “no” che può insegnare a non possedere l’altro
La prevenzione della violenza comincia molto prima dell’adolescenza: educare bambini e ragazzi al limite, alla frustrazione e al rispetto della libertà altrui
La scuola può accompagnare, formare e aiutare a riconoscere emozioni e relazioni sbagliate, ma non può essere lasciata sola. Famiglia, scuola e istituzioni devono tornare a condividere la responsabilità educativa.
Un bambino alza una mano contro sua madre perché non ha ottenuto ciò che voleva. L’adulto sorride, minimizza, pensa che sia soltanto un capriccio. Eppure anche dentro gesti apparentemente piccoli può cominciare un percorso educativo sbagliato: non perché quel bambino sia destinato a diventare un uomo violento, ma perché è proprio nei primi anni di vita che si impara una delle lezioni più difficili dell’esistenza, quella del limite.
È da qui che Teresa Pia Renzo, pedagogista da oltre vent’anni impegnata nel campo della prima infanzia, propone di ripensare il dibattito sulla prevenzione della violenza di genere e dei femminicidi. Una riflessione che parte da Corigliano-Rossano e mette in discussione una convinzione diventata quasi automatica ogni volta che un nuovo fatto di cronaca riporta il Paese davanti all’orrore: chiedere alla scuola di risolvere, attraverso corsi e progetti, ciò che affonda le proprie radici molto prima e in luoghi diversi.
L’educazione affettiva e relazionale è importante, sostiene Renzo, ma sarebbe un errore immaginare che basti aggiungere qualche ora a scuola per affrontare un fenomeno tanto complesso. La violenza di genere non ha una sola causa e non può essere ricondotta semplicisticamente a ciò che è accaduto nell’infanzia. Tuttavia, secondo la pedagogista, esiste un terreno educativo sul quale è necessario intervenire molto presto: la capacità di accettare la frustrazione, riconoscere il limite, comprendere che la rabbia non autorizza la violenza e che il desiderio personale non crea alcun diritto sul corpo, sulle scelte e sulla libertà dell’altro.
Il “no”, allora, diventa una parola decisiva. Non soltanto quello che una ragazza o una donna deve poter pronunciare senza paura, ma quello che un bambino deve imparare ad ascoltare. Un desiderio può non essere soddisfatto. Una richiesta può essere respinta. Una persona può scegliere di andarsene. Una relazione può finire. L’altro non ci appartiene.
È proprio l’incapacità di accettare il rifiuto, osserva Renzo, a ricorrere in molte storie di violenza nelle relazioni, soprattutto quando l’amore viene progressivamente sostituito dal possesso e il legame diventa controllo. Per questo la prevenzione non può limitarsi a insegnare alle ragazze a riconoscere i segnali di pericolo, evitare situazioni rischiose o difendersi da un uomo violento. È necessario lavorare anche, e con altrettanta determinazione, sui ragazzi: sulla gestione delle emozioni, sul rispetto della volontà altrui, sulla responsabilità delle proprie azioni e sulla differenza profonda che separa l’amore dal dominio.
Un percorso che, secondo la pedagogista, dovrebbe iniziare già nella prima infanzia, educando bambine e bambini al rispetto del proprio corpo e di quello degli altri. Nessuno deve essere costretto a un contatto che non desidera, persino un abbraccio può essere rifiutato e ciò che provoca disagio deve poter essere raccontato a un adulto affidabile. Non si tratta di crescere bambini impauriti, ma persone capaci di riconoscere i propri confini e quelli degli altri.
Dentro questo ragionamento c’è anche una critica alla tendenza a delegare alla scuola ogni nuova emergenza sociale. La scuola può fare moltissimo: offrire parole, strumenti culturali, occasioni di confronto, intercettare situazioni di disagio e accompagnare la crescita. Ma non può sostituirsi alla famiglia e neppure trasformarsi in un presidio chiamato a riparare da solo tutto ciò che altrove non è stato costruito.
E se allo Stato e alla società appare necessario chiedere agli insegnanti un impegno sempre maggiore nell’educazione alle emozioni, all’affettività e alle relazioni, allora, aggiunge Renzo, occorre anche tutelarli. Non si possono attribuire alla scuola responsabilità educative sempre più vaste lasciando poi i docenti soli davanti a contestazioni, pressioni delle famiglie o conflitti che inevitabilmente possono nascere quando si affrontano temi così delicati. Autorevolezza, formazione e protezione devono procedere insieme.
C’è poi un limite che nessuna riflessione educativa dovrebbe oltrepassare: trasformare la prevenzione in una responsabilità della vittima. Nelle relazioni segnate da dipendenza, manipolazione e controllo può essere difficile riconoscere il pericolo o sottrarsi immediatamente a una dinamica violenta. Pensare che una donna avrebbe sempre potuto prevedere, capire o evitare significa spostare il peso dalla persona che agisce la violenza a quella che la subisce.
Per Renzo, infine, educazione e risposta dello Stato non sono alternative. Alla prevenzione deve corrispondere un sistema capace di proteggere concretamente chi denuncia e di intervenire efficacemente davanti a molestie, persecuzioni, aggressioni e violenze. Perché l’educazione insegna il limite, ma una società deve anche dimostrare che quel limite esiste davvero.
Famiglia, scuola e istituzioni tornano così dentro lo stesso orizzonte, ciascuna con responsabilità diverse e nessuna con la possibilità di chiamarsi fuori. Forse è proprio questo il punto più interessante della riflessione della pedagogista: la battaglia contro la violenza sulle donne non comincia quando una relazione è già diventata possesso. Comincia molto prima, anche davanti a un bambino arrabbiato al quale un adulto, senza umiliarlo e senza cedere, insegna una delle parole più importanti della vita: no.