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Naza, un film (necessario) da vedere

Scrivo quest’articolo a qualche giorno di distanza dalla visione di Naza, il nuovo film di Yuval Abraham e Rachel Szor presentato all’83 esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e vincitore del Premio Speciale della Giuria, essendo riuscito solo ora a metabolizzare il suo contenuto.

Il documentario ritrae Yval Abraham che parla con alcuni soldati e generali, ex e non, dell’IDF e del Mossad, di notte, sui tetti di Tel Aviv. I volti di quest’ultimi sono chiaramente oscurati per garantir loro di non essere arrestati per le rivelazioni rilasciate (che poi tanto rivelazioni non sono, dato che le atrocità commesse da Israele nei confronti dei gazawi erano e sono già note a tutti, si tratta solo di scegliere se girarsi dall’altra parte o meno).

Le loro parole, pronunciate con una freddezza glaciale, inquadrano una realtà che il governo israeliano ha cercato e cerca tuttora di nascondere agli occhi degli israeliani stessi e del mondo intero.

Si parla di intelligenza artificiale, sistemi di spionaggio e missili, che i confessori del documentario confermano essere tutte tecnologie aventi un unico scopo: lo sterminio degli abitanti di Gaza.

Mentre il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, afferma che l’IDF cerca e uccide solo ed esclusivamente i membri di Hamas, questo film e le persone al suo interno raccontano verità laceranti.

Se si aveva il sospetto che all’interno di un palazzo ci fosse anche solo un membro di Hamas, si ordinava il suo abbattimento completo, uccidendo le decine di centinaia di persone al suo interno, riducendole a danni collaterali, cioè Naza, come venivano chiamate dai soldati israeliani.

Alcuni descrivono mattinate nelle quali si procedeva all’eccidio dei gazawi e poi la sera si usciva a prendere una birra con gli amici, trasformando una carneficina in abitudine.

Altri dicono di aver sentito le ultime parole di donne e bambini per poi ordinarne l’esecuzione o di intelligenze artificiali come Lavander o Where’s Daddy, ideate per ottimizzare e velocizzare lo sterminio.

Parlare di questo film è difficile e riduttivo poiché non riuscirò mai scrivendo a trasmettere le stesse emozioni e sensazioni che ho provato guardandolo.

Molti hanno affermato di averlo visto e non essere rimasti scioccati perché, a detta loro, si parlava di cose già sentite e risentite online ma qui il discorso è ben diverso: guardare i video dei bambini morti a Gaza sui social, tra uno dei gattini e uno di calcio è un fatto distinto dallo scegliere coscientemente di andare al cinema e stare per un’ora e venti davanti ad uno schermo, consapevole di ciò che si sta affrontando come esperienza e questo aspetto fa tutta la differenza del mondo.