La pace comincia da noi
Da quest’anno il 4 ottobre, festa di San Francesco patrono d’Italia, torna a essere festa nazionale. Ma celebrare l’uomo che nel 1219 partì da Ancona per attraversare le linee della guerra e incontrare il sultano significa soprattutto domandarci quale spazio abbia oggi la pace nelle nostre vite.
Abbiamo imparato a riconoscere la guerra quando vediamo un carro armato. Molto meno quando entra nelle nostre parole, nelle relazioni, nel modo in cui guardiamo l’altro. A ottocento anni dal viaggio di Francesco verso il Sultano, la pace resta anzitutto il coraggio di attraversare la distanza che ci separa.
Da quest’anno l’Italia si ferma il 4 ottobre. La festa di San Francesco, patrono del nostro Paese, torna a essere festa nazionale e lo fa in un tempo nel quale la parola “pace” rischia di apparire tanto necessaria quanto impotente. Nel mondo si contano oltre cento conflitti armati, alcuni occupano ogni giorno le prime pagine dei giornali, altri si consumano lontano dalle telecamere, dimenticati insieme alle loro vittime. Cambiano le geografie, le ragioni, le responsabilità, ma resta terribilmente uguale il risultato: uomini, donne e bambini che pagano il prezzo più alto di decisioni prese altrove.
Celebrare Francesco in questo tempo potrebbe allora diventare qualcosa di più di una ricorrenza civile. Non perché occorra trasformare il 4 ottobre in una giornata religiosa, ma perché la sua storia conserva una provocazione straordinariamente laica e contemporanea. Nel 1219, mentre era in corso la quinta crociata, Francesco raggiunse Ancona e da questo porto partì verso l’Oriente. Arrivò in Egitto, a Damietta, dove eserciti cristiani e musulmani si combattevano, attraversò il fronte e incontrò il sultano al-Malik al-Kamil. Non sappiamo fino in fondo cosa si dissero, ma sappiamo che quell’incontro avvenne. E forse basta questo: mentre tutti cercavano di sconfiggere l’altro, un uomo scelse di incontrarlo.
È difficile trovare un’immagine più lontana dal nostro tempo e, proprio per questo, più necessaria. Abbiamo imparato a riconoscere la guerra quando vediamo un carro armato, un palazzo distrutto, una città sotto le bombe; facciamo molta più fatica a riconoscerla quando entra nel nostro linguaggio, nelle relazioni, nel modo in cui guardiamo chi non la pensa come noi. Eppure anche le grandi guerre hanno bisogno di una lunga preparazione delle coscienze: cominciano quando l’altro smette di essere una persona e diventa una categoria, un’etichetta, un avversario da umiliare, qualcuno del quale non interessa più comprendere le ragioni.
È una logica che conosciamo molto bene anche lontano dai fronti. La incontriamo nel dibattito pubblico, sempre più incapace di distinguere il confronto dallo scontro; sui social, dove l’aggressività viene spesso premiata più della capacità di argomentare; nelle famiglie che talvolta smettono di parlarsi per orgoglio, nei luoghi di lavoro consumati dalle rivalità, nelle scuole dove una parola, una fotografia o un messaggio possono diventare strumenti per isolare e ferire. Abbiamo moltiplicato le possibilità di comunicare e non sempre siamo diventati più capaci di incontrarci.
Forse è proprio qui che la pace smette di essere una questione riservata ai governi, alle diplomazie e agli organismi internazionali e torna a riguardarci personalmente. Non possiamo fermare con le nostre mani i conflitti che devastano il mondo, ma possiamo chiederci quanta parte della stessa logica del conflitto abiti le nostre giornate. Perché è facile dichiararsi uomini e donne di pace quando la pace riguarda una guerra lontana; diventa molto più difficile quando significa fare il primo passo verso qualcuno che ci ha ferito, rinunciare all’ultima parola, ascoltare davvero una posizione che non condividiamo, chiedere scusa, ricomporre una relazione senza pretendere di aver avuto ragione su tutto.
E c’è persino una pace ancora più difficile, quella con noi stessi. Viviamo dentro una società che ci chiede continuamente di dimostrare qualcosa, di essere all’altezza, di apparire felici, realizzati, vincenti. Portiamo così dentro di noi frustrazioni, fallimenti, paure, ferite che qualche volta finiscono inevitabilmente per riversarsi sugli altri. Chi vive perennemente in guerra con se stesso difficilmente riuscirà a costruire intorno a sé relazioni pacificate. Anche per questo la pace non può essere semplicemente l’assenza della guerra: è una cultura, quasi una grammatica quotidiana fatta di parole, gesti, capacità di ascolto, rispetto delle differenze e riconoscimento del limite.
Il viaggio compiuto da Francesco più di ottocento anni fa racconta esattamente questo. Non aspettò che la guerra finisse per andare incontro all’altro, non pretese che scomparissero le differenze e non cercò un interlocutore che gli somigliasse. Attraversò una linea che divideva due mondi mentre quei due mondi si stavano combattendo.
Oggi l’Italia celebra Francesco e lo fa fermandosi per un giorno. Ma una festa nazionale avrebbe poco senso se servisse soltanto ad aggiungere una casella rossa al calendario. Potrebbe invece ricordarci che la pace non nasce improvvisamente attorno a un tavolo diplomatico: ha bisogno di essere preparata molto prima, nelle coscienze, nel linguaggio, nelle relazioni, nella capacità di riconoscere nell’altro una persona prima ancora che un avversario.
Non fermeremo da soli le guerre del mondo. Possiamo però evitare di aggiungere altra guerra al mondo. Possiamo cominciare dalle parole che scegliamo, dalle persone che abbiamo accanto, dai conflitti che trasciniamo da troppo tempo e perfino da quella parte di noi con la quale non abbiamo ancora fatto pace.
Nel 1219, mentre gli eserciti combattevano, Francesco attraversò il campo di battaglia per incontrare l’uomo che avrebbe dovuto considerare suo nemico. A più di ottocento anni di distanza, forse non abbiamo ancora trovato un’immagine più potente per raccontare che cosa significhi costruire la pace: avere il coraggio di attraversare la distanza che ci separa dall’altro, invece di trasformarla in una trincea.
Dovremmo allora trovare anche il coraggio di rovesciare quell’antico e sciagurato adagio, tornato pericolosamente di moda, secondo cui «se vuoi la pace, prepara la guerra». La storia avrebbe dovuto insegnarci che preparare la guerra significa quasi sempre renderla possibile, accettabile, prima o poi inevitabile. Se vogliamo davvero la pace, dobbiamo cominciare a preparare la pace: nelle scelte della politica, nel linguaggio pubblico, nelle relazioni tra i popoli e, prima ancora, nel modo in cui impariamo a guardare chi abbiamo di fronte. Perché la pace non arriva quando finiscono le armi. Comincia molto prima, quando decidiamo di non considerare più l’altro un nemico.