Il Paese che protesta, tra trattori e vetrine infrante
Dal Mezzogiorno a Milano, il carovita alimenta mobilitazioni differenti. La violenza oscura le rivendicazioni, mentre la politica fatica a dare rappresentanza a un disagio che attraversa l’intero Paese.
C’è un’Italia che ferma i camion perché non riesce più a pagarne il carburante e un’altra che, nelle immagini arrivate da Milano, vede le proprie piazze trasformarsi in luoghi di scontro, tra vetrine infrante e negozi saccheggiati. Le ragioni del malcontento si incontrano, le forme della protesta divergono. In entrambi i casi emerge un disagio economico che attraversa il Paese, ma che non riesce a trovare una rappresentanza comune. Ed è forse questa la questione politica più importante delle manifestazioni di questi giorni, sulla quale il governo e le opposizioni dovrebbero interrogarsi prima che la cronaca degli incidenti finisca per oscurare tutto il resto.
Nel Mezzogiorno la protesta degli agricoltori e degli autotrasportatori ha assunto dimensioni tali da incidere sulla circolazione delle merci e sull’approvvigionamento di beni essenziali. In Calabria, Sicilia, Basilicata e Puglia camion e trattori presidiano strade e snodi logistici. A Napoli i mezzi pesanti hanno bloccato il varco Bausan del porto, mentre in Molise le difficoltà nei rifornimenti hanno costretto il pastificio La Molisana a ridurre i ritmi produttivi. Non siamo più davanti a una semplice manifestazione di categoria. Quando il fermo dei trasporti comincia a interessare supermercati, distributori e stabilimenti industriali, significa che la protesta sta investendo uno dei principali meccanismi di funzionamento dell’economia nazionale.

Le ragioni sono note. Il rincaro del gasolio pesa sui bilanci delle imprese di trasporto e sulle attività agricole, già esposte all’aumento dei costi di produzione. Chi lavora la terra deve anticipare spese che non sempre riesce a recuperare attraverso la vendita dei prodotti. Chi trasporta merci deve fare i conti con costi di esercizio che riducono ulteriormente i margini. E mentre produttori e trasportatori denunciano difficoltà crescenti, i consumatori continuano a sostenere prezzi elevati. È una contraddizione che riguarda l’intera filiera economica e sulla quale sarebbe necessario intervenire con strumenti capaci di incidere sulla distribuzione del valore, anziché limitarsi a provvedimenti occasionali.
A Milano, nelle giornate del 17 e 18 ottobre, la protesta contro il carovita ha mostrato un volto differente. Una mobilitazione che comprendeva rivendicazioni sui salari, sui servizi pubblici e sulle condizioni economiche delle famiglie è stata segnata da gravi episodi di violenza. Secondo le cronache dell’ANSA, nella serata del 18 ottobre le persone accompagnate in questura erano oltre duecento, in larga maggioranza minorenni. Vetrine distrutte, negozi saccheggiati e scontri con le forze dell’ordine hanno occupato le immagini dei notiziari. Sono fatti che meritano una condanna senza ambiguità. La difficoltà economica non autorizza a devastare un’attività commerciale, tanto meno a colpire persone che con quelle difficoltà possono avere a loro volta molto a che fare.
Sarebbe tuttavia un errore utilizzare questi episodi per liquidare l’intera mobilitazione. Le responsabilità individuali devono essere accertate e perseguite, mentre le ragioni sociali della protesta richiedono un’analisi distinta. E sarebbe altrettanto sbagliato contrapporre un Mezzogiorno che manifesta civilmente a un Settentrione consegnato alla violenza. Le mobilitazioni non coincidono con i confini geografici, né i blocchi stradali possono essere considerati privi di conseguenze per la collettività. Il punto è un altro: perché difficoltà economiche che interessano settori così diversi della società italiana continuano a produrre iniziative separate, incapaci di riconoscersi in una piattaforma comune?
La risposta riguarda inevitabilmente la politica. Il governo ha il dovere di garantire la sicurezza nelle città e la libertà di circolazione, ma l’ordine pubblico non esaurisce la questione sociale. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato un vertice sulla sicurezza dopo gli scontri, mentre per il 20 ottobre è previsto un confronto tra il ministro Matteo Salvini e una delegazione degli autotrasportatori. Sono iniziative che rispondono a problemi concreti, ma resta da capire quale prospettiva economica il governo intenda offrire a chi denuncia l’impossibilità di sostenere i costi della propria attività. Quali interventi strutturali sono previsti per il settore agricolo? Come si intende affrontare il peso dei carburanti sul trasporto delle merci? E quali misure possono impedire che gli aumenti continuino a ricadere sui produttori e sulle famiglie?
Neppure le opposizioni possono sottrarsi a queste domande. La solidarietà ai manifestanti ha un significato politico soltanto quando si accompagna a proposte riconoscibili, sostenibili e capaci di tenere insieme interessi differenti. Non basta denunciare le responsabilità del governo o condannare gli episodi di violenza. Occorre spiegare quale politica industriale, agricola e salariale si intenda sostenere, quali risorse mobilitare e attraverso quali strumenti restituire forza contrattuale al lavoro. Altrimenti la protesta rischia di diventare un appuntamento ricorrente della cronaca, utile per qualche dichiarazione e destinato a scomparire dall’agenda politica non appena le strade tornano percorribili.
C’è poi una questione più profonda, che riguarda la rappresentanza sociale. Il lavoratore precario di Milano e il piccolo agricoltore della Calabria non vivono necessariamente la stessa condizione, né avanzano identiche richieste. Eppure entrambi possono riconoscere nella crescente difficoltà di vivere del proprio lavoro un problema comune. È proprio questa possibile convergenza che oggi appare debole. Le organizzazioni sindacali, le associazioni di categoria e i partiti dovrebbero interrogarsi sulla loro capacità di interpretare trasformazioni economiche che attraversano territori e professioni differenti. Una protesta priva di interlocutori riconosciuti può certamente ottenere visibilità, ma fatica a trasformare il malcontento in risultati duraturi.
Torna alla mente, pur nella distanza che separa le condizioni attuali da quelle del primo Novecento, la riflessione di Antonio Gramsci sulla questione meridionale. L’alleanza tra operai settentrionali e contadini meridionali rappresentava, nella sua elaborazione, una condizione necessaria per superare la frammentazione delle classi subalterne e modificare i rapporti di forza esistenti. Non si tratta di riproporre meccanicamente quella formula in una società profondamente trasformata. Si tratta piuttosto di recuperarne il problema politico fondamentale: la possibilità di costruire un interesse collettivo a partire da condizioni sociali differenti, ma attraversate da contraddizioni economiche comuni.
La questione meridionale, del resto, non può essere ridotta a una rivendicazione territoriale. I problemi del Mezzogiorno riguardano l’organizzazione economica dell’intero Paese, i rapporti tra produzione e distribuzione, la qualità dei servizi e la capacità dello Stato di garantire condizioni di sviluppo meno diseguali. Quando i trasporti si fermano in Calabria e una fabbrica rallenta la produzione in Molise, le conseguenze superano immediatamente i confini regionali. È la dimostrazione concreta di quanto siano interdipendenti territori che troppo spesso vengono raccontati come realtà economiche separate.
Anche il sistema dell’informazione dovrebbe interrogarsi sulle proprie priorità. Le immagini delle devastazioni milanesi hanno un evidente valore di cronaca e devono essere raccontate. Ma quale spazio viene riservato alle condizioni economiche che hanno portato agricoltori e autotrasportatori a fermare le proprie attività? Quanti approfondimenti vengono dedicati ai costi di produzione, ai prezzi riconosciuti ai produttori e alle difficoltà delle piccole imprese? Il rischio è che il clamore degli scontri finisca per prevalere sulle ragioni delle mobilitazioni, lasciando ai margini proprio quelle questioni che dovrebbero alimentare il confronto pubblico.
Non tutte le proteste sono uguali e non tutte le forme di conflitto possono essere considerate legittime. La violenza resta una responsabilità precisa, che non trova giustificazione nelle difficoltà economiche. Ma ridurre quanto sta accadendo a un problema di sicurezza significherebbe ignorare la dimensione sociale di una crisi che coinvolge lavoratori, produttori e famiglie. La politica è chiamata a distinguere questi piani, affrontando le responsabilità di chi commette reati e, contemporaneamente, le ragioni di chi chiede risposte.
L’Italia che protesta appare oggi divisa nelle forme, nelle organizzazioni e nelle rivendicazioni. Eppure, dietro questa frammentazione, affiora una domanda che riguarda il futuro del lavoro e la distribuzione della ricchezza. Finché ciascuna categoria continuerà a manifestare isolatamente e la politica si limiterà a inseguire le emergenze, sarà difficile trasformare il disagio in un progetto collettivo. È questa la contraddizione che dovrebbe preoccupare maggiormente: un Paese nel quale cresce la protesta, mentre continua a mancare una risposta politica capace di riconoscerne le ragioni comuni.