Editoriali tati Uniti | La decisione del Pentagono di trasmettere in streaming un'esecuzione capitale apre una questione morale e civile.

Quando lo Stato trasforma la morte in spettacolo

La fucilazione di Nidal Hasan potrebbe essere mostrata al mondo intero. Una scelta che interroga il significato della giustizia e il valore della dignità umana.

La diretta streaming annunciata dal Pentagono riporta la pena capitale alla dimensione del supplizio pubblico. La gravità di un crimine non può giustificare la trasformazione della morte in intrattenimento. E anche il giornalismo è chiamato a interrogarsi sui limiti del diritto di mostrare.

Ci sono notizie davanti alle quali il mestiere del giornalista impone qualcosa di più della ricostruzione dei fatti. Impone di interrogarsi sul significato di ciò che sta accadendo e, soprattutto, sul limite oltre il quale persino l’esercizio legittimo del potere smarrisce il proprio fondamento morale. L’annuncio del Pentagono di voler trasmettere in diretta streaming la fucilazione di Nidal Malik Hasan appartiene a questa categoria.

Hasan è stato condannato per la strage di Fort Hood del 2009, nella quale morirono tredici persone e altre trentadue rimasero ferite. Dietro quei numeri ci sono vite interrotte e famiglie devastate da una violenza che non ammette giustificazioni. Ma proprio il rispetto dovuto alle vittime impone una domanda: quale giustizia viene restituita ai morti mostrando al mondo la fucilazione del loro assassino?

L’amministrazione Trump ha autorizzato il ricorso al plotone d’esecuzione, mentre il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato l’intenzione di rendere pubblica la pena. È una decisione che introduce un elemento particolarmente inquietante: la volontà di trasformare l’uccisione di un uomo per mano dello Stato in un evento mediatico, potenzialmente accessibile a milioni di spettatori.

Se la giustizia ha bisogno di mostrare un uomo colpito dai proiettili per affermare la propria autorevolezza, significa che qualcosa si è incrinato nel rapporto tra il potere e la dignità umana. Uno Stato dispone già degli strumenti necessari per perseguire i responsabili dei crimini, giudicarli e impedire loro di nuocere ancora. L’esibizione della loro morte non aggiunge alcuna garanzia alla sicurezza dei cittadini.

Da anni assistiamo a una progressiva spettacolarizzazione della sofferenza. La cronaca nera diventa intrattenimento, le tragedie personali alimentano discussioni nelle quali il confine tra informazione e curiosità morbosa appare sempre più incerto. Adesso, però, è un’istituzione pubblica a progettare la trasmissione di un’esecuzione capitale. La distanza tra gli antichi supplizi nelle piazze e una diretta streaming è soprattutto tecnologica: oggi sarebbe sufficiente uno schermo per assistere alla morte di un essere umano, commentarla e magari condividerne le immagini.

Da insegnante, prima ancora che da giornalista, considero questa prospettiva particolarmente grave. Nelle nostre scuole cerchiamo quotidianamente di educare al rispetto, spiegando che la gravità di un comportamento non autorizza a negare l’umanità di chi lo ha compiuto e che la giustizia non può essere confusa con la vendetta. Quale messaggio consegneremmo ai nostri ragazzi attraverso una fucilazione trasformata in spettacolo pubblico?

Non si tratta di assolvere un assassino, ma di riconoscere che persino un assassino resta un essere umano. La dignità non può dipendere dalla gravità delle colpe o dalla simpatia che proviamo per qualcuno. Se diventasse un riconoscimento riservato soltanto a chi si comporta bene, cesserebbe di essere un diritto e si trasformerebbe in una concessione.

C’è infine una responsabilità che riguarda direttamente noi giornalisti. Qualora questa iniziativa venisse realizzata, sarebbe sufficiente invocare il diritto di cronaca per giustificare la diffusione delle immagini? Raccontare un’esecuzione e mostrarla sono due atti profondamente differenti. Il dovere di informare non coincide con l’obbligo di esibire tutto ciò che accade. Non vorrei che, nel tentativo di denunciare questa decisione, fossimo proprio noi a diventarne gli amplificatori.

Una democrazia dovrebbe misurare la propria forza dalla qualità delle garanzie che assicura anche a chi ha gravemente violato la legge. La morte spettacolarizzata di un colpevole non restituisce la vita alle sue vittime e non rende meno atroce il crimine commesso. Dovremmo aver imparato, dopo secoli di storia, che la giustizia non ha bisogno di spettatori davanti a un plotone d’esecuzione per dimostrare la propria autorevolezza.